«Noi medici con il Papa dalla parte della vita. E della pace»
Il presidente della Federazione nazionale legge nei discorsi di Leone in Spagna l’invito a un’alleanza per i diritti umani, la dignità delle persone e la democrazia che va fatto proprio anzitutto da chi esercita la professione medica. Ecco perché

«Non possiamo credere in Gesù e fare la guerra. Non possiamo credere in Gesù e uccidere l’innocente. Non possiamo credere in Gesù e abbandonare chi soffre, chi piange, chi fugge dalla miseria».
In una giornata piena di notizie come quella di mercoledì 10 giugno ha rischiato di passare quasi inosservato il monito di papa Leone XIV, che nel suo viaggio apostolico in Spagna ha pronunciato parole destinate non solo ai credenti ma all’intera coscienza dell’Europa e dell’Occidente. Prima, il 6 giugno, il forte richiamo all’Europa, «dono contro le polarizzazioni» e antidoto alla cultura dello scontro. Poi quello alla pace, intesa non come semplice assenza di guerra ma come accoglienza, giustizia, rispetto della dignità umana.
Non possiamo abbandonare chi soffre, dice il Papa. Non possiamo voltare lo sguardo davanti a chi fugge dalla guerra, dalla miseria, dalla fame, dalla persecuzione. Non possiamo, perché la guerra, l’uccisione degli innocenti, l’abbandono dei più fragili sono l’antitesi della Parola, l’antitesi della Fede. Di più: sono la negazione dell’Uomo, in cui Dio si è incarnato.
Ma quel richiamo all’Europa non può essere separato dalla storia dell’Europa stessa. L’Europa dei diritti nasce dalle macerie di due guerre mondiali, dall’orrore della distruzione, dalla consapevolezza che nessuna pace può essere duratura se non si fonda sulla giustizia. Gli ottant’anni di pace che il nostro continente ha conosciuto non sono stati un accidente della storia ma il frutto di una scelta politica, morale e istituzionale: trasformare il dolore in democrazia, la memoria in cooperazione, la dignità della persona in fondamento della convivenza civile.
Per questo pace e giustizia sono inseparabili. Non c’è pace vera dove i diritti sono soltanto proclamati ma non garantiti. Non c’è giustizia dove la dignità della persona resta astratta. Non c’è piena cittadinanza dove il diritto alla salute non è effettivo, universale, accessibile. La salute, in questa prospettiva, non è soltanto un bene individuale: è misura concreta della giustizia sociale, cartina di tornasole della democrazia, condizione perché libertà e uguaglianza non restino parole vuote.
È qui che la Medicina incontra la grande questione politica del nostro tempo. Politica nel senso più alto e nobile: non appartenenza di parte, ma responsabilità verso la polis, verso la comunità, verso il destino delle persone. I medici sono chiamati a essere protagonisti della giustizia sociale e dei diritti, perché ogni giorno incontrano le disuguaglianze nei corpi, nelle vite, nelle attese, nelle sofferenze dei cittadini. Ogni persona che non riesce ad accedere alle cure, ogni fragilità lasciata sola, ogni dolore non ascoltato, ogni diritto negato è una ferita inferta non solo alla salute ma alla democrazia.
Sono questi i principi che la Medicina fa propri e pone a fondamento dei suoi Codici deontologici. Nel nostro Codice l’articolo 3 stabilisce che «doveri del medico sono la tutela della vita, della salute psico-fisica, il trattamento del dolore e il sollievo della sofferenza, nel rispetto della libertà e della dignità della persona, senza discriminazione alcuna, quali che siano le condizioni istituzionali o sociali nelle quali opera». È una formulazione che dice molto più di un dovere professionale: afferma una visione della società, fondata sull’universalità dei diritti e sulla responsabilità di renderli esigibili.
Per questo, come medici, non possiamo rimanere indifferenti rispetto alla guerra. Lo abbiamo scritto, nero su bianco, nel nostro Manifesto “Medici e Pace”, siglato dal Comitato centrale sul cammino Perugia-Assisi e da me personalmente consegnato nelle mani del Pontefice. «Ogni atto medico è un atto di pace. Curare senza discriminare significa contrastare le disuguaglianze che alimentano il conflitto. Promuovere la salute significa costruire futuro e rafforzare la democrazia. La guerra rappresenta la negazione della pace, dei diritti e della dignità umana».
In queste parole c’è il senso più profondo della nostra professione. Curare significa riconoscere l’altro come persona. Significa rendere concreto un diritto. Significa opporsi a ogni forma di abbandono, esclusione, violenza, discriminazione. Significa stare dalla parte della vita quando la guerra produce morte, dalla parte della dignità quando l’odio disumanizza, dalla parte della giustizia quando le disuguaglianze rendono i diritti un privilegio per pochi.
Le parole di papa Leone possono sembrare semplici, quasi scontate nella loro lampante evidenza. Ma proprio questa evidenza inconfutabile dà loro una forza disarmante. Ci ricordano che la pace non è una dichiarazione astratta ma una responsabilità quotidiana. È accoglienza, tutela, giustizia, cura. È la scelta di non abbandonare nessuno.
In questo senso, torna con forza il richiamo alla Croce. San Paolo la definisce scandalo: scandalo per chi cercava la forza, la potenza, la vittoria, il dominio. Nessuno avrebbe mai pensato che un Crocifisso, un uomo sconfitto secondo la logica del mondo, avrebbe cambiato la storia. Eppure, proprio da lì nasce una rivoluzione che rovescia i criteri del potere: gli ultimi diventano primi, i deboli rivelano la verità dei forti, la vita vince sulla morte, la misericordia spezza la catena della violenza.
Oggi osare la pace può apparire ancora uno scandalo. Può sembrare ingenuità, debolezza, provocazione. Ma non lo è. Osare la pace è un impegno politico nel senso più alto: è opporsi al bullismo dei potenti, alla prepotenza di chi pensa che la forza dia diritto, alla logica di chi trasforma i popoli in strumenti, i corpi in bersagli, la sofferenza in prezzo inevitabile della storia. La pace non è resa, non è neutralità, non è silenzio davanti all’ingiustizia. È la forma più esigente della giustizia, perché chiede di rendere effettivi i diritti, di proteggere i fragili, di disarmare l’odio, di costruire istituzioni capaci di custodire la dignità umana.
Questa è anche la responsabilità dei medici nel nostro tempo: custodire la vita, sollevare la sofferenza, difendere la dignità umana, rendere esigibile il diritto alla salute. Essere protagonisti di una giustizia sociale che costruisce pace. Perché difendere la salute significa difendere i diritti; difendere i diritti significa rafforzare la democrazia; rafforzare la democrazia significa custodire la pace. Ogni atto medico, quando non discrimina, quando non abbandona, quando si prende cura della persona nella sua interezza, è già un atto politico di pace contro la violenza, contro l’esclusione, contro il dominio dell’uomo sull’uomo.
Filippo Anelli è presidente della Federazione nazionale Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri - Fnomceo
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