Alla fine anche l’Emilia-Romagna ha la sua legge sul suicidio assistito

di Chiara Pazzaglia, Bologna
Dopo anni di confronti il Consiglio regionale ha approvato a larga maggioranza un discusso provvedimento, che però si limita a dettare l'organizzazione della morte con aiuto medico, visto che i criteri di accesso sono di competenza dello Stato (come ha chiarito la Corte costituzionale). La procedura è affidata al Servizio sanitario regionale
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July 23, 2026
Alla fine anche l’Emilia-Romagna ha la sua legge sul suicidio assistito
L'esito del voto sullo schermo del Consiglio regionale dell'Emilia-Romagna
L’Assemblea legislativa dell’Emilia-Romagna ha approvato con 31 voti favorevoli e 12 contrari (7 i consiglieri assenti) la legge regionale che disciplina le modalità organizzative per dare attuazione alle sentenze della Corte costituzionale n. 242 del 2019 e n. 135 del 2024 in materia di suicidio medicalmente assistito.
È un passaggio che chiude un percorso lungo e complesso: dopo la Toscana e la Sardegna, diventa così la terza regione a dotarsi di legge apposita, in assenza di una normativa nazionale.
Il dibattito regionale era iniziato con il progetto di legge d’iniziativa popolare, validato dalla Consulta di garanzia statutaria nel 2023 e assegnato alla IV Commissione “Politiche per la salute e politiche sociali”. Quel testo non era mai arrivato in Aula: la commissione aveva avviato audizioni e approfondimenti, ma non si era raggiunta una sintesi politica. Nel frattempo, le Aziende sanitarie avevano iniziato a ricevere richieste di verifica dei requisiti previsti dalla sentenza 242 e la Regione era intervenuta, nelle ultime battute del governo Bonaccini, nel febbraio 2024, dapprima con una delibera di Giunta, oggetto di ricorso al Tar, poi con atti amministrativi, istituendo il Comitato regionale per l’etica nella clinica (Corec) e adottando istruzioni tecnico-operative per evitare una gestione disomogenea dei casi.
La svolta è arrivata con la XII legislatura, in corso. Nel giugno 2026 un gruppo di consiglieri ha presentato un nuovo progetto di legge d’iniziativa consiliare, che recepisce entrambe le sentenze della Corte e definisce in modo dettagliato il percorso di accesso al suicidio medicalmente assistito. Da lì è ripartito un confronto serrato, con nuove audizioni e un lavoro tecnico che ha portato, il 14 luglio, al varo del testo n. 3/2026, poi approvato dall’Assemblea.
La legge istituisce una Commissione di valutazione multidisciplinare di Area Vasta, la CoVam, composta da professionisti clinici di diverse specialità, incaricata di verificare la sussistenza dei requisiti e di definire le modalità di attuazione. L’istanza deve essere presentata alla Direzione sanitaria dell’Azienda Usl o dell’ospedale presso cui il paziente è ricoverato, corredata dal consenso informato e dalla documentazione clinica. La CoVam deve accertare la volontà dell’interessato, effettuare una visita, svolgere colloqui con le persone indicate dal paziente, verificare che siano state offerte alternative quali cure palliative, sedazione profonda continua e terapia del dolore e informare il paziente della possibilità di revocare in ogni momento la richiesta.
La relazione della CoVam viene trasmessa al Corec, che esprime un parere obbligatorio ma non vincolante. In caso di esito positivo, la relazione conclusiva indica farmaci, dosi, modalità di autosomministrazione e presidi necessari. Le prestazioni sono garantite dal Servizio sanitario regionale senza oneri per l’interessato.
Il dibattito in aula è stato serrato: i consiglieri di maggioranza e opposizione hanno citato, in larga maggioranza, posizioni ecclesiali, ognuno a sostegno della propria tesi, anche opposta. Sono stati citati singoli casi mediatici, assurti a simboli, con un uso spesso emotivo.
Un’appassionata dichiarazione di voto contrario è stata fatta dalla consigliera Valentina Castaldini, di Forza Italia: «È una scelta destinata ad avere un peso che va ben oltre i nostri confini regionali, perché rappresenta un modello che potrà essere ripreso anche da altre Regioni, in assenza di una legge nazionale. Ho votato convintamente no a questa legge, ma ho ritenuto doveroso intervenire sul testo nella seduta della Commissione competente, ottenendo che il Comitato chiamato a valutare la sussistenza dei quattro requisiti richiesti dalla Corte costituzionale incontri personalmente il paziente, perché nessuna decisione possa essere assunta limitandosi a leggere delle carte; che possa ascoltare le persone indicate dal paziente; e che medici e operatori sanitari siano coinvolti esclusivamente su base volontaria. Resta invece il rammarico per il mancato accoglimento degli emendamenti che ritenevamo più importanti: garantire che ogni paziente sia accompagnato da uno specialista in cure palliative, affinché conosca fino in fondo tutte le alternative di cura e di assistenza prima di una scelta irreversibile, e assicurare che la Commissione sia composta sulla base di competenza, merito e professionalità e non attraverso semplici nomine. La realtà è sempre più tenace delle costruzioni teoriche e ideologiche: chiunque abbia accompagnato un familiare o un amico nel fine vita sa che la compagnia, la compassione e la terapia del dolore possono rendere quel tempo pieno di dignità e di valore, anche nella sofferenza. È questa vicinanza concreta al malato che il Servizio sanitario dovrebbe mettere al centro, perché la sua missione non è lasciare una persona sola davanti alla propria sofferenza, ma accompagnarla con tutte le cure, la professionalità e l'umanità di cui è capace».
L’intervento dell’esponente centrista è stato ripreso dal governatore Michele de Pascale, che ha sottolineato come si debba porre l’attenzione non tanto sulle convinzioni etiche e religiose, quanto sugli articoli 2 e 32 della Costituzione, che sanciscono l’inviolabilità dei diritti della persona e il diritto alla salute, stabilendo che nessuna legge o trattamento medico può violare la dignità e i limiti imposti dal rispetto della persona.
Manuela Rontini, sottosegretaria alla Presidenza, ha detto dal canto suo che «chi mi conosce sa qual è la mia posizione personale sul fine vita, che deriva dalla mia esperienza, dall’essere cresciuta in parrocchia e nell’Azione Cattolica, così come è noto l’impegno messo in campo nella passata legislatura, da consigliera regionale: quanto ci siamo battuti perché, su un tema così delicato, che tocca la parte più profonda della vita delle persone, ogni Regione non avesse una legge diversa con procedure differenti. A seguito della sentenza 2024/2025, che ha sancito un cambio di prospettiva definendo che, sul piano organizzativo e sanitario, le Regioni possono legiferare per dare attuazione alle procedure di fine vita, sono rimasta molto colpita dalla sensibilità con cui il presidente de Pascale ha approcciato un tema sul quale, di partenza, avevamo sensibilità diverse».
Secondo Rontini, il presidente ha chiarito con fermezza che la legge approvata dall’Assemblea legislativa non interviene sui profili etici, che restano di esclusiva competenza del Parlamento, ma applica in modo umano e uniforme i criteri indicati dalla Corte costituzionale, ascoltando con rispetto tutte le posizioni, maggioranza e minoranza, riconoscendo che su temi così complessi non esistono certezze assolute.

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