«Nemmeno un penny di denaro pubblico al suicidio assistito»: la rivolta dei medici inglesi

Appena fermato alla Camera dei Lords, il progetto di legge per introdurre la morte con aiuto medico in Inghilterra sta per ripartire a Westminster. Il fermo no della British medical association, delle associazioni per i disabili e della Chiesa cattolica
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July 14, 2026
«Nemmeno un penny di denaro pubblico al suicidio assistito»: la rivolta dei medici inglesi
Gente nel Financial District di Londra
La deputata laburista Lauren Edwards ha ufficialmente reintrodotto alla Camera dei Comuni il disegno di legge sul suicidio assistito fermto appena poche settimane prima dalla Camera dei Lords. Il testo ricalca fedelmente il Terminally Ill Adults (End of Life) Bill presentato nel 2024 da Kim Leadbeater e decaduto lo scorso aprile per scelta dei Pari. Il primo vero scoglio parlamentare, ovvero il dibattito e il voto in seconda lettura, è già stato fissato per il prossimo 11 settembre.
Di fronte a questa accelerazione si è immediatamente ricompattata una vasta, trasversale e variegata rete di opposizione. Sigle mediche, leader religiosi, associazioni per la tutela dei disabili e movimenti pro-life sono scesi in campo compatti per denunciare i pericoli di una simile legalizzazione.
In prima linea c’è la British Medical Association (Bma). Pur mantenendo formalmente una posizione di neutralità istituzionale sul principio etico generale, l’Assemblea rappresentativa annuale dei medici britannici ha approvato mozioni durissime che ne smontano l’applicabilità pratica. Come evidenziato dal comunicato ufficiale della Bma, i camici bianchi britannici hanno messo nero su bianco che «il fine vita assistito non è un trattamento medico». Di conseguenza, la professione esige tutele granitiche: la richiesta è che nessun medico, specializzando o studente possa essere obbligato, penalizzato o discriminato contrattualmente qualora decida di non partecipare alle procedure.
Inoltre, la Bma insiste sul portafoglio: l'eventuale introduzione del suicidio assistito dovrà disporre di fondi totalmente separati, senza sottrarre «nemmeno un penny» ai già fragili finanziamenti della sanità pubblica (Nhs) destinati a medicina generale, salute mentale e cure palliative. «Non rimarremo in silenzio su una questione che avrà un impatto così significativo sulla professione e sulle persone di cui ci prendiamo cura», ha ammonito il dottor Andrew Green, presidente del comitato di etica medica dell'associazione.
Altrettanto ferma e accorata è la voce della Conferenza episcopale cattolica di Inghilterra e Galles. Monsignor John Sherrington, arcivescovo responsabile per le questioni della vita, ha espresso profonda delusione, definendo il testo «pieno di questioni irrisolte». Secondo i vescovi cattolici, la legge mina la libertà di coscienza e minaccia l'esistenza stessa di hospice e case di cura, costringendoli a cooperare alla morte. «Reintrodurre questa legislazione mette ancora una volta a rischio i più deboli», ha dichiarato Sherrington, ricordando che la vera urgenza nazionale è colmare la disomogeneità delle cure palliative nel Paese con finanziamenti adeguati.
Particolarmente incisivo è il grido d'allarme che arriva dall'organizzazione Not Dead Yet Uk, realtà guidata da persone con disabilità. Il loro no all'eutanasia è netto: «Non si può offrire il fine vita assistito come una scelta autentica quando le cure palliative sono sottofinanziate, l'assistenza sociale è in crisi e le persone disabili affrontano continui tagli alla propria indipendenza. Non è una libera scelta quando le alternative assistenziali sono così scarse».
Mentre le sigle pro-life Right to Life UK e Spuc liquidano la mossa parlamentare come un atto di «estrema arroganza e disperazione», anche altri prestigiosi enti scientifici – come il Royal College of Psychiatrists, la British Geriatrics Society e Hospice Uk – hanno sollevato forti riserve sulla pericolosità intrinseca del provvedimento. In Inghilterra una vera e propria trincea etica e sociale è pronta a difendere i cittadini più fragili.
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