India, eutanasia dopo 12 anni di “stato vegetativo”. I genitori: siamo troppo poveri

di è vita
Primo caso nel Paese di morte procurata per il distacco dei supporti vitali di un 31enne disposto dalla Corte Suprema su richiesta della famiglia, ridotta sul lastrico per accudire il proprio caro
March 12, 2026
India, eutanasia dopo 12 anni di “stato vegetativo”. I genitori: siamo troppo poveri
Il Parlamento di New Delhi
La Corte Suprema indiana ha autorizzato l’interruzione dei sostegni vitali di Harish Rana, 31 anni, da 12 in “stato vegetativo” (o di minima coscienza) dopo la caduta da un edificio, un caso che sui media viene considerato come “eutanasia passiva”. È la prima volta che accade in India.
La richiesta di sospensione dei trattamenti è arrivata dai genitori che, «esauriti emotivamente e finanziariamente», si sono rivolti alla giustizia per chiedere l’autorizzazione a «ridurre o interrompere l’alimentazione artificiale». I suoi cari si erano ridotti ormai a non avere più nulla dopo aver dovuto vendere la loro casa per finanziare le cure.
La Corte ha ritenuto che, secondo le relazioni mediche, il proseguimento dell’alimentazione artificiale «non sarebbe nell’interesse» di Harish. Una prima commissione medica aveva ritenuto «minime» le sue possibilità di recupero, parere confermato da un secondo pool di sanitari. La Corte ha così ordinato all’ospedale di prendere le «misure necessarie» per trasferire il giovane nel reparto di cure palliative e «garantirgli una dignitosa sospensione delle cure mediche».
Nel 2018 i giudici costituzionali avevano affermato che morire con dignità fa parte dei «diritti fondamentali» dei cittadini indiani. Nell’ottobre 2024, il Ministero della Salute ha poi pubblicato una bozza di linee guida per definire i casi di rimozione dei dispositivi di sostegno vitale «nei malati in fase terminale». Quattro le condizioni dettate in via amministrativa: la presenza di danni cerebrali irreversibili; una prognosi «avanzata» senza benefici attesi da trattamenti sanitari «aggressivi»; il rifiuto «informato e documentato» del paziente o del suo rappresentante legale nei confronti del mantenimento in vita (ma Harish non aveva lasciato alcun “testamento biologico”); il rispetto delle procedure definite dalla Corte Suprema.
La legge indiana vieta l’eutanasia, ma la Corte ha espresso la convinzione che sia necessaria un provvedimento normativo per regolamentare in modo chiaro e uniforme situazioni come quella di Harish.

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