Il coraggio civile di Carlo Casini, un politico mai “contro” ma sempre “per” (la vita)
La battaglia sull’aborto fu persa nelle urne, ma «non abbiamo sbagliato nel difendere la vita. Abbiamo sbagliato a dare sul terreno della politica una battaglia che era già stata persa sul terreno della cultura». Rocco Buttiglione ricorda l’amico ora Servo di Dio con la sua consapevolezza che «la lotta contro l’aborto viene maturando in una più ampia e comprensiva politica a favore della vita»

Quello che pubblichiamo è il testo della relazione di Rocco Buttiglione alla tavola rotonda “Carlo Casini: l’impegno del laico cattolico nella difesa della vita e della dignità umana”, il 5 ottobre a Roma. Su Avvenire.it si possono leggere anche gli interventi di Luisa Santolini e Paola Binetti nella stessa occasione.
Il 1° ottobre 2025 è stato pubblicato l’Editto con cui è stata resa nota la richiesta di dare il via alla Causa di beatificazione/canonizzazione di Carlo Casini, e prossimamente verrà ufficialmente aperta.
Carlo Casini è stato un mio amico e compagno di tante battaglie, in gran parte perdute ma qualcuna anche vincente. Prima di soffermarmi su qualche aspetto della sua molteplice attività e della sua poliedrica personalità voglio invitarvi a rivolgere la vostra attenzione su di un fatto. Carlo Casini è stato un politico: ha fatto politica per forse un quarto di secolo. Allora anche i politici possono diventare santi. Lungi dal pensare che un politico possa diventare santo, oggi la gente fa fatica a pensare che un politico possa essere un uomo onesto: possa non rubare il denaro pubblico, non far fare carriera ai propri amici molto al di là dei loro meriti, non danneggiare senza ragione i propri avversari. In tanti anni di carriera politica e in un Paese in cui un avviso di garanzia non si nega a nessuno Casini non è mai stato indagato per nessun reato.
Oggi viviamo una polarizzazione estrema della politica. Si cerca in ogni modo non di dimostrare che l’avversario ha torto ma che è un essere spregevole, che non condivide la comune natura umana, meritevole di essere messo a morte nel pubblico ludibrio. Carlo Casini invece era un uomo mite che non insultava, non mentiva, non faceva politica contro ma a favore di qualcosa: faceva politica a favore della vita. Questo uomo mite era però anche un uomo di grande coraggio civile. Non aveva paura di dire cose impopolari, di esporsi ad attacchi feroci. I politici spesso leggono i sondaggi per poi dire alla gente quello che la gente vuole sentire, in modo da avere poi consenso e voto. Carlo pensava che fosse suo dovere dire alla gente la verità, o almeno quella che lui onestamente pensava essere la verità. Leggeva anche lui i sondaggi per capire cosa la gente pensa ma per poter dire la verità nel modo giusto, rispondendo alle obiezioni e superando gli ostacoli che impediscono a molti di vedere la verità.
Ha dedicato tutta la vita a difendere la vita. Difendeva la vita perché amava la vita. La vita era stata generosa con lui: gli aveva regalato una moglie meravigliosa, Maria, e 4 splendidi figli: Marina, Francesco, Donatella e Marco, cui ben presto si sono aggiunti Benedetta e Donato. Era grato alla vita ed era grato a Dio, perché pensava che la vita è un segno di Dio che ci parla attraverso le cose della vita.
Se Dio parla attraverso la vita a Dio attraverso la vita bisogna rispondere. La risposta a Dio attraverso la vita è la vocazione. La vocazione di Carlo era la Magistratura, la Giustizia. Prima delle leggi degli uomini, però, viene la legge di Dio. Che fare se le leggi degli uomini contraddicono la legge di Dio? Bisogna cambiare le leggi degli uomini. Per questo Casini il giudice diventa Casini il politico.
Carlo è un politico democratico. Non si può legiferare contro la coscienza della gente. Per vincere, dunque, bisogna convincere. Carlo Casini insieme con i suoi amici pone alla coscienza del Paese la questione lacerante dell’aborto. Abbiamo perso. Non starò qui a spiegare quali sono gli errori della Chiesa italiana e della politica dei cattolici in Italia che hanno provocato questa sconfitta. Il popolo è sovrano e ha deciso contro di noi. Vuol dire questo che ci siamo sbagliati? Si e no.
Non abbiamo sbagliato nel difendere la vita. Abbiamo sbagliato a dare sul terreno della politica una battaglia che era già stata persa sul terreno della cultura. Anche questo errore, però, è stato in un certo senso provvidenziale: ci ha chiamati a dare una grande testimonianza e da questa testimonianza è ripartita la battaglia sul terreno della cultura. A volte bisogna dare battaglie perdute in partenza per difendere l’onore di Dio e dell’uomo.
Nella omelia nel corso della Messa celebrata nel campo di concentramento di Auschwitz in memoria di san Massimiliano Maria Kolbe, san Giovanni Paolo II ha iniziato con le parole della lettera di san Giovanni: «Questa è la nostra vittoria, la nostra fede». Giovanni Paolo II distingue con forza il successo dalla vittoria. La vittoria è avere reso testimonianza alla verità. Un politico democratico non dà mai al popolo la colpa degli errori, e anche dei crimini, commessi in suo nome. Salva sempre una ultima innocenza del popolo. Se il popolo ha sbagliato lo ha fatto perché è stato tratto in inganno, perché è stato mal consigliato, perché noi non siamo stati capaci di rendere alla verità una testimonianza sufficientemente trasparente e convincente.
Carlo e i suoi amici, fra i quali ricordiamo soprattutto la indimenticabile Vittoria Quarenghi, già prima del referendum sull’aborto erano consapevoli della necessità di condurre la lotta prima di tutto sul terreno della cultura e poi, di conseguenza, su quello della politica. Per questo fondano il Movimento per la Vita. Dopo la sconfitta politica questa consapevolezza diventa ancora più viva. Perché il popolo ha votato maggioritariamente a favore dell’aborto? Cosa si è perso in profondità nella coscienza della nazione? Perché tante donne vogliono abortire? Cosa bisogna fare per far risorgere nella coscienza del popolo il valore della vita? Per rispondere a queste domande nascono i Centri di Aiuto alla Vita ed il Progetto Gemma.
Molte donne abortiscono semplicemente perché non hanno pane per sé stesse e non saprebbero come dar da mangiare a un bambino. Non si tratta della maggioranza delle donne che abortiscono in Italia. Secondo una ricerca vecchia di parecchi anni è circa il 15% delle donne che abortiscono. Si tratta soprattutto di immigrate. Sono comunque diverse migliaia di donne ogni anno. In questi casi un aiuto economico e un sostegno nella ricerca di lavoro può convincerle a tenere il bambino. La maggior parte delle decisioni di abortire ha altre, più complesse ragioni. La donna non si sente in grado di portare a termine la gravidanza perché le manca non il sostegno materiale ma quello psicologico e spirituale.
Non sono una donna ma ho seguito con viva partecipazione le gravidanze di mia moglie, delle mie quattro figlie e anche delle mie sorelle. Qualcosa ho imparato. Ho imparato che la gravidanza è non solo un fenomeno biologico ma anche un fenomeno sociale. Per dare alla luce il bambino che porta nel grembo una donna ha bisogno di essere contenuta a sua volta in quella specie di utero spirituale che si chiama famiglia. Ha bisogno di un marito che la ami e la rassicuri che diventare madre è la maturazione e non lo sfiorire della sua femminilità. Ha bisogno anche di una madre che la sostenga e la accompagni: si impara a essere madre guardando a una madre. Ha bisogno anche di un padre che le dica che davanti ai tanti problemi e difficoltà che si profilano per la vita e l’educazione del figlio lei (e suo marito, se lo ha) non saranno soli.
La maggior parte delle donne che chiedono di abortire lo fanno perché non hanno questa rete di sostegno oppure, anche se la hanno, questa non sembra in grado di reggere il peso di un nuovo bambino. Il Progetto Gemma vuole offrire a chi ha bisogno questa rete di sostegno e di aiuto. Si tratta di iniziative povere, che nascono con il tempo e i denari di donne e uomini di buona volontà, che non stanno ad aspettare l’intervento dello Stato ma si rimboccano idealmente le maniche ed iniziano a fare quello che possono. Sono però anche iniziative che indicano ai responsabili politici campi di azione per l’intervento pubblico, per una politica a favore della natalità e contro l’aborto.
Si tratta di una politica che non pone in primo piano la questione della sanzione penale contro l’aborto ma cerca prima di tutto di rafforzare l’alleanza primordiale fra madre e bambino. La battaglia culturale per la vita non si vince solo promuovendo convegni o scrivendo libri; si vince con iniziative che mostrano con evidenza che è possibile un modo diverso, più umano, di vivere la vita. Bisogna superare l’opposizione fra la difesa del diritto alla vita e quella della libertà di scelta della madre. Bisogna aiutare la madre a scegliere per la vita. Bisogna difendere la madre contro la pressione sociale ad abortire che nasce da una società che è insieme nemica dei bambini e nemica delle madri.
C’è poi l’ampio campo della educazione. Bisogna educare i piccoli esseri umani a diventare uomini e a diventare donne, a innamorarsi e a sposarsi, a diventare padri e a diventare madri. La moderna cultura narcisista vorrebbe invece produrre individui isolati incapaci di legarsi in un amore duraturo e quindi di accogliere una nuova vita.
La politica si sta accorgendo del problema perché non nascono più bambini, e i bambini di oggi sono i lavoratori di domani che pagheranno con le loro tasse e con i loro contributi l’assistenza sanitaria e le pensioni dei loro genitori e anche l’assistenza sanitaria e le pensioni di chi i figli non li ha voluti avere o li ha fatti morire prima che nascessero.
Carlo Casini ha accompagnato e guidato il processo attraverso il quale la lotta contro l’aborto viene maturando in una più ampia e comprensiva politica a favore della vita.
Prima di chiudere voglio dire alcune parole sulla questione della eutanasia, che è l’altro fronte oggi della lotta per la vita. Poniamoci anche qui la domanda: perché tanta gente oggi vuole morire. Per il dolore fisico insopportabile degli ultimi stadi della malattia? Paola Binetti ha fatto una legge eccellente sulle terapie palliative per accompagnare il malato fino al decesso senza dolore fisico. Si può fare, e in effetti in Italia lo abbiamo fatto. Ma non è questa la causa fondamentale della domanda di eutanasia. Oggi fra il momento in cui sai che a breve dovrai morire e quello in cui effettivamente muori passano mesi o anche anni. Un tempo lungo in cui devi guardare la morte negli occhi. È difficile reggere questo tempo da soli senza andare in depressione. Se hai una famiglia, se hai degli amici, questo è il tempo di una ultima testimonianza che lasci ai tuoi cari sull’amore che avete vissuto insieme, un tempo di riconciliazione e di perdono.
Non è sempre vero che quando si muore si muore soli, come dice una canzone di Fabrizio De André. Anche il morire è (dovrebbe essere) un atto sociale, con tua moglie che ti tiene la mano e le tue figlie che pregano intorno a te e un prete che ti benedice. A volte si dice: “la vita è mia e come voglio morire lo decido io”. Ammettiamo che sia vero. Chi davvero vuole morire si suicida. Chi chiede l’eutanasia chiede di essere ucciso dallo Stato, cioè da tutti noi, anche da me. E se fosse una ultima domanda di aiuto? Una domanda di essere aiutato a vivere (e a morire) in un altro modo?
Carlo Casini era nato a Firenze. Era chiaramente, orgogliosamente, inconfondibilmente fiorentino. La sua vita si inserisce nella storia di santità della diocesi di Firenze. La sua causa di beatificazione corre in qualche modo parallela a quella di Giorgio La Pira, il sindaco santo di Firenze, e a quella del cardinale Elia Dalla Costa, il grande arcivescovo di Firenze. Carlo Casini si è formato sotto l’influsso di queste due straordinarie personalità. I santi sono come le ciliegie: raramente crescono da soli.
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