Non si guarisce da soli
La vicenda clinica del Papa ricorda la necessità di affidarci alle cure e al sostegno degli altri. Dalla sua esperienza di relazione con i pazienti oncologici il cappellano dell'Istituto nazionale dei tumori di Milano riflette sulle consapevolezze umane e spirituali "illuminate" dalla malattia

La vicenda di salute di papa Leone XIV, ricoverato e sottoposto a un intervento chirurgico per un adenocarcinoma polmonare, richiama l'attenzione su una condizione che accomuna tante persone raggiunte da una diagnosi oncologica. Al di là del ruolo, della notorietà o delle responsabilità che ciascuno porta, la sofferenza ci mette di fronte alla fragilità e ci ricorda che nessuno può bastare a se stesso.
La vicenda del Santo Padre ci tocca anche perché rende visibile una dimensione della vita che spesso preferiamo lasciare sullo sfondo: la necessità di affidarci alle cure, di accettare l'aiuto degli altri e di convivere con domande che non sempre trovano risposte pienamente persuasive. Di fronte ai grandi interrogativi dell'esistenza non sono le teorie a vivere la prova della malattia, ma persone in carne e ossa che chiedono anzitutto vicinanza, sostegno e speranza.
Una diagnosi oncologica non coincide soltanto con un referto o un intervento, ma apre un cammino fatto di attese, controlli, terapie, speranze e timori. Spesso il momento più difficile non è l'annuncio della diagnosi in sé, ma ciò che segue: l'incertezza, l'attesa e la necessità di confrontarsi con un futuro improvvisamente meno prevedibile. È un percorso nel quale ciascuno è chiamato a misurarsi con l'incertezza e a ripensare, talvolta profondamente, il proprio modo di stare al mondo.
Nell'accompagnamento di tante persone ho potuto constatare come una diagnosi oncologica rappresenti spesso una cesura nell'esistenza. C'è un prima e c'è un dopo. Ciò che sembrava stabile viene rimesso in discussione, il tempo assume un'altra consistenza, le priorità cambiano. La quotidianità può essere scandita da esami, referti e appuntamenti, mentre l'attesa di una risposta diventa un'esperienza capace di occupare pensieri e giornate. Emergono interrogativi sul futuro, sulle relazioni, sul senso della vita e su ciò che davvero conta.
Non tutti reagiscono allo stesso modo. C'è chi cerca risposte, chi preferisce il silenzio, chi si affida alla fede e chi attraversa una fase di rabbia o di smarrimento. Per alcuni questa prova diventa occasione di rilettura della propria storia; per altri è soprattutto una realtà da affrontare giorno dopo giorno. Non è opportuno pretendere che tutti trovino subito un significato nella sofferenza. Ognuno attraversa questo tempo con modalità e tempi propri, e forzare la ricerca di un senso rischia di trasformarsi in una forma di presunzione più che di autentico accompagnamento.
La sofferenza non è un bene da desiderare e non può essere idealizzata come un passaggio che necessariamente rende migliori. È una condizione che può ferire profondamente e che richiede, prima di ogni interpretazione, rispetto e accompagnamento.
La fede, per molte persone, rappresenta una risorsa preziosa. Non elimina il dolore, non garantisce la guarigione e non offre risposte automatiche al perché della sofferenza. Può però sostenere la speranza, offrendo uno spazio nel quale portare anche la paura, la protesta e le domande rivolte a Dio. Credere non significa non avere dubbi, ma poterli attraversare senza sentirsi necessariamente soli.
È dentro questa esperienza di fragilità condivisa che acquistano particolare significato le parole che Leone XIV ha rivolto ai malati durante la visita al Santuario di Lourdes, il 27 settembre scorso. “Non siete un peso, siete il cuore pulsante della nostra umanità e un tesoro prezioso per la Chiesa”, ha detto agli assistiti dell'Accueil Notre-Dame. E ha ricordato che nessuno è invisibile agli occhi di Dio.
Non sono soltanto parole di consolazione. Sono un richiamo alla responsabilità di tutti noi. Quando la malattia modifica il corpo, limita l'autonomia e rende necessario dipendere dagli altri, può diventare difficile riconoscersi nella propria condizione presente. Si rischia di sentirsi definiti dalla diagnosi, di percepirsi come un peso per la famiglia o di temere di non essere più utili. Eppure ciascuno è sempre più grande della propria condizione clinica. La dignità non dipende dalle capacità che si conservano, dalla produttività o dal grado di autonomia: precede ogni condizione di salute e rimane intatta anche nella fragilità più estrema.
È proprio qui che la qualità delle relazioni diventa decisiva. Accanto alla sofferenza fisica, molti temono la solitudine: il rischio di non essere compresi, di essere lasciati soli con le proprie paure o di diventare, agli occhi degli altri, soltanto una diagnosi. Per questo la presenza più preziosa non è necessariamente quella di chi sa trovare le parole giuste, ma di chi sa ascoltare senza giudicare, rispettare i silenzi e rimanere accanto anche quando non esistono risposte capaci di risolvere tutto.
Nel tempo ho imparato che non sempre è necessario trovare una risposta: è più importante riconoscere ciò di cui l'altro ha bisogno in quel momento. Talvolta una parola, talvolta il silenzio, talvolta la libertà di esprimere una paura senza doversi mostrare forti.
Accompagnare chi soffre significa riconoscerne la storia, custodirne le relazioni e rispettarne i tempi. Significa non imporre la speranza, come se fosse un dovere sentirsi fiduciosi, e non confondere la vicinanza con il tentativo di spiegare il dolore.
L'esperienza della cura, del resto, non riguarda soltanto chi riceve una diagnosi. Coinvolge anche i familiari, chiamati a confrontarsi con paure, cambiamenti e responsabilità spesso gravose. Chi assiste un proprio caro può sentirsi impotente, stanco, diviso tra il desiderio di proteggere e la consapevolezza di non poter controllare tutto. Anche i familiari hanno bisogno di essere ascoltati e sostenuti. Una presa in carico autenticamente integrale riconosce questa rete di relazioni e valorizza il contributo dei professionisti sanitari, delle persone care e di quanti offrono un accompagnamento spirituale, nel rispetto delle competenze e delle convinzioni di ciascuno.
Per molti pazienti, inoltre, il percorso non termina con la conclusione delle terapie. I controlli periodici, l'attesa dei risultati e il timore di una possibile recidiva possono continuare a segnare la vita anche quando, dall'esterno, tutto sembra tornato alla normalità. La prossimità, dunque, non dovrebbe esaurirsi nella fase più acuta del percorso di cura o nell'attenzione suscitata da una notizia. Ha bisogno di continuità.
È in questo spazio che si colloca la missione della pastorale della salute. Accompagnare chi soffre non significa sostituirsi alle cure cliniche ma offrire ascolto e sostegno spirituale, riconoscendo le domande di senso che emergono durante il percorso di cura e rispettando le convinzioni di ogni persona, credente o non credente. La celebrazione dei sacramenti, per chi li desidera, si inserisce in un accompagnamento che non può esaurirsi nella visita occasionale, ma richiede continuità e collaborazione con gli altri professionisti della cura non riducendo la persona ammalata alla sola dimensione biologica.
La condizione vissuta da Leone XIV interpella anche le nostre comunità. Non basta pregare per chi soffre: occorre domandarsi se le nostre parrocchie, le associazioni e le realtà ecclesiali sappiano davvero farsi prossime alle persone malate e alle loro famiglie. Che cosa accade quando l'attenzione iniziale si affievolisce? Chi accompagna chi vive da solo, chi affronta terapie prolungate, chi fatica a ritrovare una quotidianità dopo la malattia? La preghiera trova una delle sue espressioni più autentiche quando diventa disponibilità concreta, ascolto e responsabilità condivisa.
In una cultura che tende spesso ad associare il valore della persona all'efficienza, all'autonomia e alla capacità di controllo, la fragilità ci ricorda che la vita umana si costruisce anche attraverso la dipendenza reciproca. Tutti, in momenti diversi, abbiamo bisogno di essere sostenuti. Nessuno vive soltanto della propria forza e nessuno dovrebbe essere considerato meno degno perché non è più in grado di fare ciò che faceva prima.
Per il credente, questa consapevolezza apre a una fiducia più profonda: la vita è custodita dall'amore di Dio anche quando la guarigione non arriva e le risposte rimangono incomplete. La speranza cristiana non coincide con la certezza che tutto andrà come desideriamo. Non promette di sottrarci alla sofferenza, ma afferma che neppure il dolore e la morte hanno l'ultima parola sull'esistenza umana.
La vicenda del Santo Padre e quella di tanti uomini e donne segnati dalla prova della malattia ci consegnano così una responsabilità comune. Non possiamo sempre guarire, risolvere o spiegare. Possiamo, però, prenderci cura, ascoltare e restare accanto. Per la Chiesa, questa prossimità non è un compito accessorio, ma una delle forme più concrete attraverso cui il Vangelo si rende visibile.
La malattia ci ricorda che nessuno dovrebbe affrontare da solo la prova della fragilità. Forse è proprio questo uno dei messaggi più profondi che la vicenda del Santo Padre consegna alle nostre comunità: non sempre possiamo guarire, ma possiamo sempre prenderci cura. E quando una persona scopre di non essere lasciata sola nel tempo della prova, la speranza trova già una strada per farsi presente, rendendo credibile il volto di un Dio che non distoglie lo sguardo da nessuno.
Don Tullio Proserpio è cappellano clinico dell'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano
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