Dalla procreazione alla produzione: è il figlio “tecnologico”

Giuristi (tra loro Giuliano Amato), filosofi, bioeticisti e medici al congresso dell’Università Cattolica sulla fertilità ragionano sul futuro della generazione umana. E sull’ipoteca avanzata dalla tecnica sull’umanità. Premio Sgreccia all'impegno di "è vita"
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October 20, 2026
Dalla procreazione alla produzione: è il figlio “tecnologico”
Foto di gruppo a conclusione del congresso all'Università Cattolica di Roma
È concepibile la speranza di custodire una “magnifica umanità” nonostante le molte promesse dell'IA e le derive socio-culturali di un’attualità che dovrebbe imparare a coltivare invece l'intelligenza del cuore? La risposta, concreta, è arrivata dal Congresso internazionale “Lo splendore dell’umano: custodire la fertilità, curare l’infertilità”, concluso domenica presso la sede di Roma dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.
Tre giorni di alto livello scientifico, quattro sessioni a carattere interdisciplinare, oltre cinquanta relatori, 300 partecipanti da tutta Italia e dall’estero (Filippine, Brasile e Usa, solo per citarne alcuni) e che hanno trasformato i lavori in un evento scientifico capace di promuovere con ancora più determinazione quei valori non negoziabili che possono invertire la rotta sullo sfidante tema della procreazione naturale.
Evidenza emersa in particolare dal panel di chiusura “Custodire l’umano tra ipertecnologia e cultura dello scarto” con il contributo di differenti competenze. Come il filosofo Alessio Musio che ha spiegato lo slittamento dalla generazione umana alla produzione della vita con lo spostamento del baricentro dal diritto del figlio come dono al desiderio del genitore come “ordinante”. Da aiuto alle coppie che faticano a concepire la tecnica finisce col sovrastare lo scenario trasfigurando lo stesso vissuto umano del “dare la vita”, atto che esce dalla coniugalità per diventare procedura di laboratorio, come ha detto il presidente della Pontificia Accademia per la Vita monsignor Renzo Pegoraro. Inevitabile la conseguenza: il prontuario di casi estremi nei quali la genitorialità perde i suoi connotati umani per diventare soddisfazione di un presunto “diritto al figlio sano”, come ha spiegato il magistrato di Cassazione Luisa de Renzis con una impressionante sequenza di vicende approdate nelle aule giudiziarie.
Da giurista, anche Giuliano Amato – oggi presidente della Fondazione Cortile dei Gentili, già presidente della Corte costituzionale – si è interrogato sull’identità umana quando la tecnica si sostituisce alla capacità generativa della coppia: se il figlio è frutto di una studiata selezione viene meno la stessa idea di vita umana come la conosciamo. E alla deriva dell’utero artificiale, ovvia conseguenza dell’artificializzazione del generare, il giurista invita a opporre un netto rifiuto: il figlio, che con la madre stabilisce per nove mesi un legame unico e determinante, dovrà forse relazionarsi con una macchina? In questo scenario di crescente tecnicizzazione dell’atto più umano che esista – generare una nuova vita – l’intelligenza artificiale celebra il paradigma dell’utilità, dell’efficienza, della redditività: negazione radicale – secondo il bioeticista padre Alberto Carrara – della nostra umanità. All’Isi-Paolo VI di Roma si lavora proprio per restituire alla procreazione il suo codice insostituibile, con il senso dell’attesa, del limite, dell’imperfezione.
Ne ha parlato Maria Luisa Di Pietro, che all’Università Cattolica dirige il Centro di ricerca e studi sulla salute procreativa, prima delle conclusioni di monsignor Claudio Giuliodori, che in qualità di presidente dell’Istituto Scientifico Internazionale Paolo VI ha condensato il congresso in quattro verbi che declinano le prospettive future dell'Iis: «Contemplare la vita nel suo mistero più profondo conoscendo sempre meglio attraverso la scienza i processi biologici e umani che ne consentono l’inizio e lo sviluppo per accompagnarli con sapienza senza manipolazioni e usi impropri; ricercare con passione e con la collaborazione di tutti gli ambiti del sapere le risposte più appropriate per custodire la fertilità e curare l’infertilità offrendo alle coppie le conoscenze più avanzate nel rispetto del loro amore coniugale e dei diritti, spesso misconosciuti, di ogni creatura fin dal concepimento; formare in modo scientificamente corretto e veritiero dal punto di vista antropologico per aiutare tutti, soprattutto le nuove generazioni, a non cadere nella trappola del tutto e subito che impedisce di comprendere il significato e il valore della corporeità umana, della sessualità e della procreazione responsabile; accompagnare le persone e le coppie ad avere uno sguardo appropriato sulla sessualità umana e sulla generazione della vita per impostare stili di vita sani che sappiano custodire la fertilità e nello stesso tempo assicurare anche un approccio clinico all’avanguardia, sempre più capace di rimuovere le cause dell’infertilità e di aiutare le coppie a coronare il loro desiderio di genitorialità seguendo le vie naturali».
La consegna del premio intitolato al cardinale Elio Sgreccia
La consegna del premio intitolato al cardinale Elio Sgreccia
Le sera precedente l’Associazione Donum Vitae aveva consegnato il suo premio per la pastorale della Vita intitolato al cardinale Elio Sgreccia a Francesco Ognibene, coordinatore di “è vita”, «per aver contribuito con la sua attività giornalistica presso Avvenire alla promozione e alla tutela della vita umana attraverso una comunicazione efficace e molto ben documentata, che ha consentito di trasferire sul piano divulgativo gli orientamenti della bioetica fondata sul personalismo ontologico e di supportare l’azione pastorale a favore della vita. Si può dire – concludono le motivazioni del premio –, in ossequio alla grande capacità comunicativa del cardinale Sgreccia, che ha saputo portare la bioetica nel quotidiano».

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