La citta messicana di Guadalajara è in rivolta per l'acqua
L'inquinamento causato da infrastrutture decrepite e l'idea di privatizzare i servizi alimenta la rabbia di milioni di abitanti. Dopo gli scontri, ancora migliaia in piazza. E i narcos fiutano l'affare delle reti

Guadalajara l’acqua è diventata marrone. A volte quasi nera. In molti quartieri puzza, lascia sedimenti, irrita la pelle. Da mesi, nella seconda metropoli del Messico, milioni di persone fanno i conti con un servizio sempre più inaffidabile. Negli ultimi giorni, in alcune zone, la qualità è migliorata perché il governo di Jalisco ha chiuso due delle fonti considerate più contaminate, la diga di Las Pintas e il vecchio sistema di adduzione da Chapala. La conseguenza è stata immediata: meno acqua nella rete e razionamenti che interessano centinaia di quartieri. La rabbia era già esplosa l’11 ottobre, quando la prima grande manifestazione era finita con idranti, lacrimogeni, feriti e decine arresti. Famiglie, studenti, anziani mostravano bottiglie riempite con il liquido color fango uscito dai loro rubinetti. Dall’altra parte, invece, scorreva acqua limpida e ad alta pressione dagli idranti della polizia. Diciassette agenti sono ora chiamati a rispondere del proprio comportamento. Da Città del Messico è intervenuta anche la presidente Claudia Sheinbaum denunciando gli abusi e l’uso eccessivo della forza da parte della polizia e chiedendo alla Commissione nazionale dei diritti umani di indagare sulle presunte torture subite dai giovani arrestati. Domenica scorsa migliaia di persone sono tornate di nuovo in strada. Ma il corteo è stato rallentato per l’infiltrazione di gruppi incappucciati e violenti, armati di petardi e mazze, respinti dagli stessi manifestanti. Hanno lanciato bottiglie molotov e petardi contro le porte del Congresso e del palazzo di governo. Gli agenti in tenuta antisommossa non hanno accerchiato i violenti ma alcuni poliziotti hanno invece accolto i cortei mostrando cartelli con le scritte «Nessuno scontro» e «Non litighiamo, anche noi siamo cittadini». Il problema è anche sanitario. Nelle analisi dell’acqua sono stati rilevati alti livello di piombo, mercurio, nitrarti ed escherichia coli, indicatore di contaminazione fecale.
Dietro le bottiglie color fango c’è una crisi accumulata negli anni. Circa il 60 per cento dell’acqua di Guadalajara arriva dal lago di Chapala. Una parte percorre ancora un vecchio sistema con tratti a cielo aperto, lungo quasi cento chilometri, esposto a scarichi e contaminazioni prima di raggiungere impianti costruiti decenni fa. Le piogge intense hanno peggiorato il quadro, ma non lo hanno creato: pesano il deterioramento delle infrastrutture, l’inquinamento del bacino Lerma-Santiago e gli scarichi urbani e industriali. Per il governatore Pablo Lemus la risposta strutturale è un nuovo acquedotto, dal costo iniziale vicino ai 12 miliardi di pesos. Il progetto dovrebbe essere realizzato con partecipazione privata e pagamenti distribuiti per venti anni. Il governo insiste che l’acqua resterà pubblica. Le critiche si concentrano, però, sull’operazione dell’infrastruttura. Affidarla a un privato per decenni significa legare lo Stato a un contratto di lungo periodo, trasferire fuori dall’amministrazione una parte delle decisioni quotidiane e rendere più complesso stabilire responsabilità e costi quando il servizio non funziona. In Jalisco questo problema ne incrocia un altro. È il territorio d’origine del Cártel Jalisco Nueva Generación, che negli anni ha mostrato di sapersi muovere anche nel business legale attraverso società, prestanome e reti finanziarie. Gran parte dell’economia della regione sono nelle mani dell’organizzazione, grazie alla cattura previa di interi pezzi di istituzioni. E una catena più lunga di consorzi, fornitori e subappalti aumenta i punti da controllare: chi possiede davvero le società, da dove arrivano i capitali, chi beneficia dei contratti.
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