Il ritorno nell'Ue e la buona devolution: così Burnham vuole tenere unito il Regno
La scommessa del premier britannico è creare un Paese più aperto all'Europa, meno centralizzato e al tempo stesso più coeso

Nel tentativo di ricucire le fratture lasciate da un decennio di Brexit, diseguaglianze territoriali e conflitti costituzionali, Andy Burnham deve cercare di conciliare due obiettivi che la politica britannica ha spesso considerato alternativi: riavvicinare il Regno Unito all’Europa e ridistribuire il potere da Westminster alle nazioni, alle città e alle regioni che compongono il Paese. A fine settembre, al congresso laburista, ha dichiarato che l’addio all’Ue «ha fatto più male che bene». Qualche giorno fa ha rilanciato, promettendo un confronto serio sul futuro rapporto con Bruxelles. Sul tavolo ci sono diverse opzioni, dalla cooperazione commerciale più stretta fino all’eventuale ritorno nell’Unione, senza una decisione già presa. Il vertice Ue-Regno Unito del 20 novembre sarà il primo banco di prova. La stessa logica ispira la devolution. L’esperienza alla guida della Greater Manchester ha convinto Burnham che Westminster concentri troppo potere e che città e regioni debbano disporre di strumenti più efficaci per rispondere alle proprie esigenze. Il nodo è la Scozia. Venerdì scorso, da Motherwell, Burnham ha invitato il primo ministro scozzese John Swinney a collaborare per trasferire ulteriori competenze alle città e alle regioni, a cominciare dalle politiche per l’occupazione. Ma per lo Scottish National Party la priorità è stabilire chi abbia il diritto di decidere il futuro costituzionale del Paese. Burnham distingue fra sovranità e capacità di governo. Una comunità può creare lavoro, migliorare i trasporti e attrarre investimenti senza diventare uno Stato indipendente. Per essere credibile, però, la devolution deve trasferire poteri concreti, risorse adeguate e autonomia decisionale rispetto a Westminster. Altrimenti rischia di essere percepita come uno strumento per contenere il nazionalismo, anziché come una reale redistribuzione dell’autorità. In Irlanda del Nord, il rapporto fra Brexit e autonomia è ancora più delicato. Nel 2023, il Windsor Framework ha cercato di conciliare gli scambi con la Gran Bretagna e la necessità di evitare una frontiera fisica sull’isola d’Irlanda. L’assetto raggiunto resta controverso, soprattutto per i controlli sulle merci e per il rapporto con Londra. Un riavvicinamento all’Ue potrebbe ridurre alcune frizioni economiche, ma non cancellerebbe le divisioni fra unionisti e nazionalisti. Sul piano costituzionale, Burnham ha escluso che un referendum sull’indipendenza scozzese sia una sua priorità, mentre sull’eventuale referendum per la riunificazione irlandese ha ribadito il rispetto dell’Accordo del Venerdì Santo, che ne disciplina le condizioni. Sono contesti diversi, ma entrambi dimostrano che migliorare le politiche pubbliche non basta a superare il conflitto sulla sovranità. La scommessa è quella di creare un Regno Unito più aperto all’Europa, meno centralizzato e al tempo stesso più coeso. Ma le concessioni amministrative potrebbero non bastare a Edimburgo, mentre ogni riavvicinamento a Bruxelles resta esposto alle resistenze di chi considera la Brexit una conquista irrinunciabile. La sfida sarà dimostrare che la cooperazione europea e l’autonomia territoriale fanno parte di una strategia coerente, non sono semplici concessioni tattiche. Per preservare l’unità del Regno Unito, non basta chiedere alle sue nazioni di ridimensionare le proprie ambizioni: occorre offrire loro ragioni concrete per continuare a condividere lo stesso Stato.
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