Eutanasia per “sindrome post-Covid”, l’Olanda apre un altro fronte

Una ragazza depressa sulla quale genitori e medici avrebbero fatto pressioni, caso sul quale si è scatenata una battaglia giudiziaria; il sospetto (fondato) che accettare le richieste di morte di ragazzi con disturbi psichici sia un grave errore; e ora chi per i postumi della pandemia rientra nelle categorie “eutanasizzabili”
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September 29, 2026
Eutanasia per “sindrome post-Covid”, l’Olanda apre un altro fronte
Uno scorcio di Amsterdam
Il dibattito nei Paesi Bassi sull’eutanasia ed il suicidio assistito, regolati in base a una legge entrata in vigore nel 2002, rimane tuttora acceso e divisivo, soprattutto alla luce dei recenti sviluppi sull’eutanasia psichiatrica applicata agli adolescenti e all’integrazione di legge che dal 1° febbraio 2024 ne estende la possibilità anche ai bambini da un anno in avanti malati terminali.
La giustizia olandese è chiamata a decidere se la pratica eseguita è avvenuta nel rispetto delle norme di legge, che l’ammettono se la sofferenza è insopportabile e la malattia inguaribile. La domanda cruciale rimane la stessa: un bambino o un adolescente che soffre di gravi disturbi psichici è davvero in grado di esprimere una volontà libera e autonoma di morire?
Nell’aprile 2026 sei psichiatri infantili hanno lanciato un appello ai loro colleghi universitari chiedendo di sospendere l’approvazione delle richieste di eutanasia per i giovani sotto i 25 anni affetti da gravi patologie psichiche affermando che nel periodo adolescenziale il cervello è ancora in via di formazione, incapace di valutare a lungo termine che cosa significhi rinunciare alla vita. «Aiutiamoli invece con la terapia del “non ancora“», hanno detto, chiedendo «una strategia mirata a sostenerli nella fase critica del loro malessere e a resistere» per «rimandare la riflessione su questa drastica decisione», quando probabilmente non la riterranno più necessaria.
Di recente in Olanda si è discusso molto su un fatto che ha provocato clamore e sconcerto. Il 29 aprile 2024 il noto psichiatra Jim van Os inviò una lettera al pubblico ministero firmata da altri 13 medici in cui i clinici esprimevano il timore che i limiti imposti dalla legge venissero sempre più superati. Se così fosse, «pazienti vulnerabili e sempre più giovani correrebbero il rischio inutile di morire tramite eutanasia». La lettera citava come esempio l'eutanasia applicata alla diciassettenne Milou Verhoof, morta nell’ottobre 2023, chiedendo di indagare sul ruolo dei genitori e dello psichiatra, che avrebbero influenzare la scelta di morte della ragazza. Milou soffriva di un disturbo borderline di personalità, depressione cronica con tendenze suicidali, stress post-traumatico infantile per un lutto in famiglia all’età di 11 anni non superato e per una successiva aggressione sessuale.
Il contenuto della lettera, registrata dalla Procura generale il 7 maggio 2024, è trapelato solo tempo dopo, infiammando l’opinione pubblica. Ne è seguito un procedimento legale, in quanto i genitori si sono ribellati a questa «ingerenza nella privacy» della loro figlia, che avrebbe causato loro «un dolore supplementare». Il dottor Van Os si è scusato nel corso del programma televisivo “Zomergasten”, dell’emittente Vpro, ammettendo di aver sbagliato nell’aver mosso quelle accuse nei loro confronti. Nonostante le scuse pubbliche la famiglia ha avviato un procedimento legale chiedendo alla magistratura il nome degli altri firmatari della lettera, rimasti anonimi. Il Tribunale dell’Aja ha accolto la loro istanza, con una sentenza pronunciata il 3 settembre, in cui si sancisce il loro diritto di conoscerne l’identità.
I genitori di Milou hanno chiesto provvedimenti disciplinari nei confronti dei medici firmatari della lettera, lamentando che dopo la fuga di notizie avrebbero «ricevuto intimidazioni e persino minacce di morte. Al punto da dover chiedere l’aiuto della polizia fuori dalla loro casa».
Nei giorni scorsi, poi, un nuovo fatto ha riportato in primo piano il dibattito sull’eutanasia: si tratta di quattro persone che l’hanno ottenuta nel 2025 per “long Covid”, indicato come la causa principale della loro «sofferenza insopportabile e senza speranza di guarigione». Il paziente più giovane aveva 51 anni, gli altri tre più di 65. Anche nel 2024 erano stati quattro, e nel 2023 all’eutanasia per questo motivo aveva avuto accesso un uomo di 73 anni, casi nei quali però esistevano avevano altre patologie pregresse, peggiorate dopo aver contratto il Covid.
La sindrome post Covid si può considerare come una sofferenza talmente forte, distruttiva da giustificare il ricorso all’eutanasia? Se lo chiedono coloro che sono contro questa pratica, sottolineando il fatto che si tratta di una manifestazione patologica di recente insorgenza per cui non si può stabilire con certezza se sia incurabile e resistente al supporto delle cure palliative. Una considerazione da non sottovalutare se si considera che nei Paesi Bassi attualmente ci sono 450.000 malati di “long Covid”, 15.000 impossibilitati a lavorare. 100.000 con un quadro clinico totalmente invalidante.
Nel 2025 ci sono stati 10.341 casi di eutanasia, nel 2024, 9.958 con un aumento del 10% rispetto al 2023.

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