Disturbi psichici, il coraggio di chiedere aiuto. Ma poi c’è qualcuno che ascolta?

L’adolescenza è il periodo decisivo per riconoscere il disagio e intervenire prima che la sofferenza comprometta lo sviluppo, le relazioni e la qualità della vita. La Giornata mondiale della salute mentale (10 ottobre) rilancia una questione decisiva. Per non perdersi nessuno di quelli che vincono la paura di riconoscersi fragili
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October 9, 2026
Disturbi psichici, il coraggio di chiedere aiuto. Ma poi c’è qualcuno che ascolta?
Foto Ansa
La salute mentale non comincia in un reparto di psichiatria. Comincia molto prima, quando un bambino manifesta una sofferenza che non riesce a spiegare, un adolescente trova il coraggio di parlarne o un genitore comprende che qualcosa non va e cerca qualcuno a cui rivolgersi. È in quel momento che si misura la capacità di una società di prendersi cura dei più giovani. Non soltanto nella disponibilità ad ascoltare, ma nella possibilità di offrire una risposta.
Da anni incoraggiamo bambini e ragazzi a parlare delle proprie difficoltà, a non vergognarsi, a chiedere aiuto. È un messaggio importante, perché il timore di essere giudicati e la difficoltà a riconoscere il proprio disagio possono ritardare l'accesso alle cure. Ma c'è una domanda che dovremmo porci con altrettanta insistenza: che cosa accade quando un ragazzo o una famiglia decidono finalmente di chiedere aiuto?
La questione riguarda molto da vicino l'infanzia e l'adolescenza. Un'ampia analisi internazionale, condotta su oltre 700 mila persone, ha mostrato che circa un terzo dei disturbi mentali esordisce prima dei 14 anni e quasi la metà prima dei 18. Non ogni difficoltà emotiva è una malattia e non ogni comportamento problematico richiede una diagnosi. Ma questi numeri ci ricordano che l'età evolutiva rappresenta un periodo decisivo per riconoscere precocemente i disturbi e intervenire prima che la sofferenza comprometta in modo significativo lo sviluppo, le relazioni e la qualità della vita.
Eppure, nel nostro Paese il diritto alla salute mentale rischia troppo spesso di restare un principio affermato e non un'opportunità concretamente accessibile. E questa contraddizione diventa ancora più evidente quando a chiedere aiuto sono bambini e adolescenti, che avrebbero bisogno di interventi tempestivi e di servizi capaci di accompagnarli durante la crescita.
Le famiglie incontrano servizi territoriali insufficienti, liste d'attesa che si allungano, percorsi frammentati. A volte non sanno neppure a chi rivolgersi. Chi dispone delle risorse economiche necessarie può cercare una risposta nel privato. Gli altri devono attendere, rinunciare, o spostarsi lontano da casa. Così un diritto universale finisce per dipendere dal reddito, dal luogo in cui si vive e dalla capacità dei genitori di orientarsi in un sistema complesso.
Il problema, però, non si risolve soltanto aumentando il numero degli specialisti, per quanto sia indispensabile farlo. Occorre ripensare il modo in cui ci prendiamo cura della salute mentale dei più giovani. Non tutte le difficoltà richiedono una valutazione neuropsichiatrica, così come non tutti i disturbi possono essere affrontati con qualche consiglio educativo. Ci sono situazioni nelle quali è sufficiente sostenere i genitori, altre che richiedono un intervento psicologico e altre ancora nelle quali è necessaria una presa in carico specialistica. Un sistema efficiente dovrebbe essere capace di distinguere, orientare e offrire a ciascuno la risposta appropriata, nei tempi necessari.
In questo percorso i pediatri hanno un ruolo fondamentale. Sono spesso i primi professionisti ai quali una famiglia si rivolge e conoscono il bambino fin dai primi anni di vita. Devono poter riconoscere i segnali di un possibile disturbo e disporre di collegamenti diretti con i servizi territoriali, senza lasciare ai genitori il compito di costruire da soli il percorso di cura.
Ma anche i genitori hanno bisogno di essere sostenuti. Di fronte a un figlio che soffre spesso si interrogano sulle proprie responsabilità, oscillano tra la paura di sottovalutare il problema e quella di preoccuparsi inutilmente. Sostenere la genitorialità non significa distribuire colpe o fornire ricette educative. Significa offrire spazi di ascolto e confronto, occasioni nelle quali chiedere consiglio prima che una difficoltà diventi un problema grave. Significa riconoscere che anche gli adulti possono sentirsi impreparati e avere bisogno di aiuto per continuare a svolgere il proprio compito educativo.
E poi c'è la scuola. Da tempo le chiediamo moltissimo, talvolta più di quanto possa ragionevolmente offrire. Non dobbiamo trasformare gli insegnanti in psicologi né chiedere loro di formulare diagnosi. Dobbiamo invece restituire valore alla funzione educativa della scuola, alla sua capacità di conoscere i ragazzi, osservare i cambiamenti, costruire relazioni significative.
Ma riconoscere una difficoltà non basta se poi un insegnante non sa a chi segnalarla o una famiglia non trova un servizio disponibile. Scuola e sanità dovrebbero imparare a lavorare insieme, con responsabilità differenti ma obiettivi condivisi.
È questa la sfida più importante: costruire una rete di prossimità nella quale pediatri, insegnanti, psicologi, servizi sociali e neuropsichiatri infantili non rappresentino altrettante porte alle quali bussare, ma parti di un percorso riconoscibile e accessibile. Una rete capace di intervenire anche quando la sofferenza non ha ancora assunto i caratteri di un disturbo conclamato, senza medicalizzare ogni difficoltà e senza trascurare chi ha davvero bisogno di cure.
La Giornata mondiale della salute mentale, che celebriamo il 10 ottobre, dovrebbe essere anche un'occasione per interrogare le istituzioni sulle loro responsabilità. Negli ultimi anni è cresciuta l'attenzione pubblica verso il benessere psicologico. È un cambiamento positivo, ma rischia di rimanere incompleto se alla maggiore consapevolezza non corrispondono investimenti, servizi accessibili e percorsi di cura adeguati. Non basta promuovere campagne di sensibilizzazione se poi chi raccoglie quel messaggio e decide di chiedere aiuto non trova una risposta.
La salute mentale dei bambini e degli adolescenti non può dipendere dalla fortuna di incontrare il professionista giusto o dalla possibilità economica di rivolgersi al privato. È una responsabilità collettiva e un diritto che le istituzioni devono rendere effettivo.
Perché chiedere aiuto è già difficile. Non possiamo chiedere anche di imparare ad aspettarlo.
Stefano Vicari è professore ordinario di Neuropsichiatria infantile all’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore della Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma

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