«Cure palliative e suicidio medicalmente assistito? Restano antitetici»
Documento della Società dei palliativisti in cerca di una bioetica condivisa. Valenti (Sicp): «Abbiamo il compito di informare i pazienti». Ma la Consulta non ha stabilito un "diritto di morire". E si rischia di confondere la gente

“Il rapporto tra le cure palliative (Cp) e la richiesta di suicidio medicalmente assistito (Sma)” è il documento da poco approvato dal Consiglio direttivo della Società italiana di cure palliative (Sicp), che è stato elaborato da un apposito Comitato per le questioni etiche (Comete). In premessa Gianpaolo Fortini (presidente della Sicp) e Danila Valenti (vicepresidente della Sicp e presidente esecutiva del Comete) spiegano che l’obiettivo è offrire «un documento di orientamento scientifico, etico e organizzativo su un tema di straordinaria rilevanza e complessità». La spinta all’elaborazione del documento, durata quasi un anno e mezzo, è stata «la volontà di giungere – osserva Danila Valenti – a posizioni di sintesi partendo da posizioni diverse, in nome della ricerca di una bioetica condivisa, che tenesse conto delle diverse anime presenti nella Sicp. In modo analogo a quanto noi palliativisti siamo abituati a fare nella nostra attività: ascoltiamo le motivazioni delle persone e le aiutiamo a prendere decisioni consapevoli e condivise nel contesto familiare. Siamo abituati a fare mediazione».
Il documento aggiunge che il confronto pubblico in corso, a partire almeno dalla sentenza 242/2019 della Corte costituzionale (il caso di Fabiano Antoniani), con il richiamo frequente al coinvolgimento diretto o indiretto delle Cp, «rende doverosa una presa di posizione chiara, argomentata e istituzionalmente responsabile da parte della Sicp».
Il documento constata che «Cp e Sma rappresentano due approcci profondamente differenti al fine vita, poiché rispondono a domande umane, cliniche ed etiche diverse». In particolare la richiesta di Cp risponde alla domanda: «Aiutatemi a vivere la vita fino alla fine in modo per me dignitoso, con sofferenze sostenibili e un rinnovato senso della vita nella malattia». Invece dietro la richiesta di Sma, osserva il documento, c’è la domanda: «Aiutatemi a porre fine alla mia vita in modo per me dignitoso perché la mia sofferenza è diventata insopportabile e priva di senso». Si comprende come la differenza non sia di tipo assistenziale, medico, di presa in carico, ma filosofico o ideologico da parte di chi ritiene che «la morte intenzionalmente anticipata, autoprocurata» sia, «in determinate condizioni, una possibile risposta a una sofferenza ritenuta, dalla persona che la vive, intollerabile».
La differenza tra le due opzioni dal punto di vista etico rimane sostanziale, riconosce il documento Sicp, che tuttavia «sottolinea l’importanza della presenza delle équipe di Cp nelle fasi informativa e valutativa delle richieste di Sma». «Pensiamo – specifica Valenti – che sia necessario dare informazioni precise al malato, senza tabù: non siamo coinvolti nella fase attuativa del Sma, ma non possiamo negare l’informazione di qualcosa che è nella sentenza della Corte costituzionale». Il documento lascia la «partecipazione diretta alla fase attuativa del Sma» ai singoli professionisti, secondo coscienza e a titolo personale.
Altrettanto chiara è la coscienza del «rischio di una sovrapposizione simbolica tra Cp e Sma» che potrebbe produrre «un grave fraintendimento culturale»: «Se hospice, Cp e accompagnamento al fine vita venissero culturalmente associati alla pratica del Sma, alcune persone fragili, o i loro familiari, potrebbero sviluppare il timore che accedere alle Cp significhi essere orientati verso il Sma o richiedere il Sma, che il sollievo delle sofferenza nasconda una logica eutanasica, che la presa in carico palliativa coincida con una rinuncia volontaria alla vita». Se ricordiamo quanto sforzo continuino a profondere i professionisti delle Cp per non essere percepiti solo come coloro che accompagnano alla morte, non si comprende bene il perché il testo sembri limitarsi a constatare l’esistenza di un duplice binario per il fine vita, quasi come fossero due opzioni di pari valore.
Peraltro le sentenze della Consulta fanno riferimento alle Cp principalmente per una verifica che alla persona che voglia togliersi la vita non manchi l’offerta concreta e reale delle Cp. In più – particolare spesso trascurato – le sentenze della Corte costituzionale mai hanno stabilito di «accedere alla procedura di Sma» (come invece segnala il documento Sicp): si è sempre trattato della depenalizzazione – in particolari circostanze – dell’aiuto o dell’istigazione al suicidio, mantenendo peraltro la validità dell’articolo 580 del Codice penale (che punisce entrambe le condotte). Né i giudici costituzionali (come la Corte europea dei diritti dell’uomo) hanno stabilito che esista un “diritto a morire”.
«Ai pazienti – conclude Valenti – noi proponiamo le Cp, spiegando quanto possiamo offrire per garantire una vita dignitosa, ma siamo sempre pronti ad ascoltarli, senza che si sentano giudicati: nel momento in cui accogliamo i bisogni dell’altro ed entriamo in una vera relazione medico-paziente, offrendo il nostro supporto costante, nella stragrande maggioranza dei casi ci chiedono di vivere».
Mantiene riserve, pur avendo firmato il documento, Marcello Ricciuti (direttore dell’hospice dell’ospedale San Carlo di Potenza): «Lo spirito originario delle Cp, come furono pensate da Cicely Saunders, rifiuta sia l’eutanasia sia il suicidio assistito, le cui richieste restano pochissime. Il maggior pregio del documento è nelle conclusioni: la necessità etica di mantenere una distinzione chiara tra Cp e Sma».
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