«Cure palliative, assistenza domiciliare, sostegno alle famiglie: c’è molto da fare senza aprire al suicidio assistito»

di Antonio Averaimo, Napoli
I vescovi della Campania intervengono nel dibattito sulla legge regionale e ricordano la differenza tra «il lasciar morire nell’accompagnamento e nel rispetto del decorso naturale e il far morire attraverso un intervento intenzionale»
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July 27, 2026
«Cure palliative, assistenza domiciliare, sostegno alle famiglie: c’è molto da fare senza aprire al suicidio assistito»
Anche la Regione Campania potrebbe avere a breve una legge che organizzi il suicidio medicalmente assistito sul proprio territorio. Mentre il Consiglio regionale si appresta a discuterne, nel dibattito intervengono i vescovi campani con una nota che richiama il mondo della politica ad «alcuni principi che la Chiesa considera irrinunciabili» – come l’accompagnamento dei malati, il potenziamento delle cure palliative e il sostegno alle famiglie – e chiede che nel confronto sulla legge sia assicurato «un dialogo ampio e approfondito».
«Nella custodia della vita fragile e sofferente – si legge nel testo fatto diffondere dalla Conferenza episcopale campana − nessuno sia lasciato solo. E in particolare, quando la persona è “affetta da patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che trova assolutamente intollerabili, tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale e pienamente consapevole di prendere decisioni libere e informate” (Sentenza n.242/2019 Corte costituzionale)».
Poi, il monito sulle azioni da intraprendere per i malati, «con il ricorso concreto alle cure palliative, ivi compresa la sedazione profonda, che rappresentano la vera risposta alle sofferenze e alle istanze di suicidio. La Conferenza episcopale campana – si legge ancora nella nota − ribadisce, in particolare, che la strada da percorrere con determinazione è quella del potenziamento della rete di cure palliative sul territorio regionale, dell’assistenza domiciliare integrata, del sostegno alle famiglie e della formazione di personale sanitario dedicato all’accompagnamento nel fine vita. Solo investendo realmente in questi ambiti si può garantire a ogni persona di affrontare la fase terminale dell’esistenza».
Ma la Conferenza episcopale campana esprime anche «contrarietà a qualsiasi forma di accanimento clinico, ritenendo lecito e doveroso rinunciare a qualsiasi trattamento i cui benefici attesi sono inferiori ai rischi previsti o quando risultino particolarmente gravosi per il paziente. Ovvero causa di ulteriori sofferenze». Tuttavia, «la mancanza di qualsiasi obbligo morale di ricorrere a trattamenti sproporzionati non va confuso né assimilato alla scelta di provocare attivamente la morte. Tra il lasciar morire, nell’accompagnamento e nel rispetto del decorso naturale, e il far morire, attraverso un intervento intenzionale, esiste una differenza sostanziale sul piano antropologico, etico e sociale».
I vescovi della Campania rivolgono infine un appello al Consiglio regionale affinché favorisca «un dialogo ampio e approfondito che coinvolga il mondo sanitario, le associazioni dei malati e delle famiglie, il volontariato e le comunità religiose presenti sul territorio, prima di legiferare su una materia che tocca il senso più profondo della vita e della morte» e ribadiscono «la piena disponibilità a dialogare con le istituzioni regionali, nelle forme e secondo le procedure previste, nella tutela della dignità propria della vita umana e per evitare qualsiasi forma di abbandono e solitudine nella sofferenza».

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