Quelle tante (e così giovani) energie sprecate
Le aziende con titolari under35 sono più vivaci della media, ma i giovani imprenditori si sentono inascoltati come gli studenti nelle piazze: perché ci conviene ascoltarli, tutti

Ci sono nuvoloni all’orizzonte, ha detto il ministro Giorgetti in audizione a inizio settimana. Parlava ovviamente di economia e in particolare della situazione meteorologica che circonda l’Italia, e la metafora funziona. Perché, come ha confermato Confindustria pochi giorni fa, se per ora non piove – l’associazione degli industriali ha alzato al +1% le previsioni sul Pil del 2026 – la situazione rischia di peggiorare in fretta: per il 2027 la crescita è attesa solo dello 0,6%, e potrebbe addirittura azzerarsi nel caso in cui il costo dell’energia dovesse restare su valori eccezionali, che Confindustria colloca su una media annua di 126 dollari per un barile di petrolio.
Eccoli qua, i nuvoloni di Giorgetti. L’energia in realtà è solo uno di questi, perché più o meno collegati ce ne sono anche altri: l’inflazione, le tensioni commerciali, il costo del debito che sale per tutti i debitori, anche i più meritevoli. Il problema è che su buona parte di queste perturbazioni l’Italia può fare molto poco, al massimo sperare che alla fine non si materializzino o alla peggio “scarichino” le loro conseguenze lontano da noi. Ci sono però altri fattori di debolezza con cui facciamo i conti, non facili da gestire ma almeno “tutti nostri” e strutturali, che – visto quanto segna il barometro – sarebbe il caso di non sottovalutare: se tenuti a bada, potrebbero aiutarci a fronteggiare i nuvoloni di domani e di dopodomani con un tetto un po’ più solido sulle nostre teste. Tra queste criticità, destinate a peggiorare nel corso del tempo, ce n’è una che negli ultimi giorni si è palesata in modo particolarmente evidente, complici alcuni eventi e studi freschi: il futuro delle imprese e di chi le guiderà. Dunque dei giovani imprenditori.
Da Capri, dove proprio in questi giorni si è tenuto il consueto ritrovo autunnale dei giovani di Confindustria, venerdì la presidente Maria Anghileri ha detto senza mezzi termini che “i giovani devono stare dove si decide”, istanza ispirata evidentemente a un certo disagio che non si allontana poi così tanto dalla parte costruttiva del messaggio lanciato dagli studenti che poche ore prima avevano riempito le piazze. In attesa di dar loro l’ascolto che chiedono e si meritano, però, i numeri ci dicono che i giovani imprenditori – in linea con quanto dice la demografia per i giovani italiani in generale – sono sempre meno. In questo caso a dare i numeri che ci interessano è Confcommercio, che giovedì ha diffuso uno studio in cui si dà conto di un calo del 14,3% in sette anni: oggi le imprese guidate da un under35 in Italia sono ancora 400mila, ma dal 2018 a oggi ne abbiamo “perse” quasi 70mila. Con la consueta avvertenza che qui su ZeroVirgola spesso generalizziamo e semplifichiamo per privilegiare la chiarezza, il processo di assottigliamento di un pezzo importante del nostro tessuto produttivo è inequivocabile. Se un’azienda chiude i motivi possono essere tanti e il fatto non è per forza grave in sé, ma lo diventa se perdiamo una risorsa “generativa”, capace cioè di crearne delle altre. E qui, infine, qualche elemento interessante ci arriva da un ultimo studio, presentato una decina di giorni fa in occasione di un convegno dedicato alle aziende famigliari dalla sede regionale della Lombardia di Banca d’Italia. La ricerca, curata dall’economista Francesco Bripi insieme al direttore della sede di Milano, Giorgio Gobbi, dimostra e quantifica un fatto solo all’apparenza scontato: le aziende guidate da imprenditori giovani sono più vivaci di quelle con una proprietà senior. In questo caso lo studio si è limitato alle aziende familiari, che però rappresentano un campione straordinariamente significativo: tra il 2012 e il 2023, le imprese familiari controllate da giovani hanno battuto la media quanto a investimenti, crescita di ricavi e di valore aggiunto e capacità di fare utili. Peccato, si conclude, che solo il 6,7% delle aziende esaminate sia guidato da giovani. Davvero vale la pena di ascoltarli, prima che sia troppo tardi.
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