Perché essere missionari oggi significa anche curare il mondo
Il vescovo di Asti spiega cosa vuol dire oggi celebrare la centesima Giornata missionaria mondiale. «Ogni battezzato è chiamato a coltivare l’unione con Gesù per essere testimoni del suo amore, che cambia le sorti di popoli e nazioni». Le storie di chi ha scelto di annunciare Gesù nelle periferie del pianeta

Per la centesima volta, le comunità cristiane di tutto il mondo celebrano oggi la Giornata missionaria mondiale. In questa giornata siamo invitati a pregare e a compiere un gesto di generosità perché il Vangelo possa continuare ad essere annunciato in ogni angolo della terra, soprattutto là dove Cristo non è ancora conosciuto o dove Egli soffre nei dolori dell’umanità più dimenticata e oppressa. Questa giornata vuole essere di “tutti i cristiani per tutto il mondo”. Non è la giornata in cui ci focalizziamo su una persona o una comunità, seppur lontana e dedita alla missione, che già conosciamo. È la giornata in cui siamo chiamati ad allargare il nostro sguardo per cogliere lo sforzo che la Chiesa tutta compie ogni giorno per l’annuncio del Vangelo, per «rendere visibile l’amore di Cristo e invitare tutti all’incontro con Lui» come ci ricorda papa Leone XIV.

In questi cento anni di Giornata missionaria mondiale abbiamo potuto conoscere e sostenere le storie di tanti missionari. Vite donate nella fedeltà quotidiana al Signore e ai fratelli; vite spese per la nascita di Chiese locali; vite consumate nel lento, costante e a volte pericoloso rimanere al fianco dei fratelli e sorelle più poveri e dimenticati. Erano con loro, in un angolo remoto della terra. Lì per loro, nella gioia e nel dolore, nella fame e nell’abbondanza, nella guerra e nella pace. Sempre, quotidianamente e fedelmente, una presenza certa, amorevole e silenziosa. Segno eloquente della presenza del Signore. Questa giornata riporta alla nostra attenzione qualcosa che abbiamo dato così per scontato da averlo quasi dimenticato: con Gesù o senza Gesù la vita non è la stessa cosa! Solo in Lui c’è la salvezza, solo in Lui possiamo trovare quella gioia vera che continuamente nasce e rinasce. Il compito missionario dell’annuncio del Vangelo diviene quindi un compito per tutti noi che abbiamo incontrato Gesù, che con Lui coltiviamo un rapporto quotidiano di intimità e unità, che abbiamo fatto l’esperienza di come Egli abbia cambiato la nostra vita.
La storia della missione, inoltre, ci ricorda che il Vangelo è forza di cambiamento non solo nella vita delle singole persone, ma anche nelle sorti dei popoli. Il Vangelo è pace e giustizia. Annunciare il Vangelo è innestare, grazie all’opera dello Spirito, processi “rivoluzionari” di trasformazione e umanizzazione delle società, è permettere alla dignità di ogni essere umano di essere riconosciuta, rispettata e valorizzata. Nel mondo, ce lo attesta tragicamente ogni giorno la cronaca, abbiamo ancora tanto bisogno di Vangelo. La missione, ci ricorda papa Leone, «è portare Cristo a tutti perché Egli sia davvero il centro della vita personale e comunitaria, di ogni parola, azione, relazione interpersonale». Quest’opera così grande, e così radicata nel cuore e nei desideri di Dio, ha bisogno di ogni battezzato, perché coltivando la propria personale unione col Signore diventi testimone del suo amore. Ha bisogno di comunità cristiane che siano segno di riconciliazione, di pace, di accoglienza. Ha bisogno di uomini e donne che con generosità dedichino la loro vita alla missione e con la loro perseveranza continuino a mostrare che l’amore di Dio è più forte di ogni barriera. Quest’opera così grande e decisiva per le sorti del mondo ha anche bisogno della nostra generosità, perché alle Chiese sparse nel mondo non manchino i mezzi per l’annuncio del Vangelo. «Ogni dono, anche il più piccolo, diventa un atto significativo di comunione missionaria», sottolinea papa Leone nel Messaggio per la Giornata missionaria mondiale di oggi.
Così i bambini aiutano i bambini grazie all'«Infanzia missionaria»

La solidarietà? È un gioco da fare insieme, come un grande girotondo che idealmente abbraccia tutto il mondo. Perché “i bambini aiutano i bambini del mondo”, come dice lo slogan della Pontificia Opera dell’Infanzia Missionaria (Poim), una delle quattro opere missionarie, nata nel 1843 in Francia. Allora fu il vescovo Charles de Forbin-Janson, spinto dal desiderio di aiutare i più piccoli in Cina, ad animare i ragazzini della sua città per raccogliere offerte da mandare nel lontano Oriente. Oggi la Poim è presente in più di 130 Paesi del mondo ed è un esempio di come la fratellanza e la solidarietà siano fondamentali nell’educazione dei bambini di tutta la Terra: su questi due pilastri si costruiscono poi quei ponti di pace che fanno sperare in un futuro migliore per le generazioni in crescita.
Ce ne parla Rosanna Moretti, imprenditrice nella vita di ogni giorno, animatrice missionaria per passione, instancabile ideatrice di attività e giochi divertenti (ma molto seri) per conoscere altri Paesi del mondo, raccogliendo fondi per la realizzazione di progetti della Poim. «La sorella di mia nonna era missionaria comboniana e fin da piccola ho visto in casa le foto dei suoi bambini africani per cui anch’io mettevo da parte i miei risparmi» dice Rosanna. A Casalbordino, in provincia di Chieti, si celebrava la Giornata missionaria mondiale come sempre, ma nel 2005 l’arrivo di don Silvio Santovito nella parrocchia del Santissimo Salvatore ha acceso i riflettori sull’identità missionaria della comunità locale. «Abbiamo iniziato a fare animazione missionaria scegliendo un progetto della Poim all’anno, organizzando delle mostre a tema e delle giornate con i bambini per raccogliere fondi – spiega Rosanna –. Il primo progetto consisteva nell’acquistare trenta telai per un laboratorio di mamme a Cochabamba, in Bolivia. Così abbiamo organizzato una mostra sul cacao, una sul caffè, poi un mercatino con piccolo artigianato. Coinvolgevamo gli adulti, ma soprattutto i piccoli del catechismo, con pomeriggi della domenica in oratorio, facendo conoscere i giochi tipici dei bambini della Bolivia e le caratteristiche del Paese latinoamericano». Successivamente sono stati sostenuti molti progetti e iniziative sempre nuovi, a favore di vari Paesi: India, Eritrea, Mongolia, Mozambico e tanti altri ancora. Una volta realizzato il progetto, gli animatori missionari partono per il Paese beneficiato e riportano indietro video e piccoli doni per i coetanei italiani: «Da Casalbordino partivano le matite missionarie della Poim; dai Paesi di missione arrivavano braccialetti colorati. Un modo per diventare e restare amici, malgrado le distanze», racconta Rosanna.
Durante l’Ottobre missionario, i bambini fanno animazione con canti e momenti di preghiera durante la Messa. Ma le iniziative sono tante anche durante l’anno, soprattutto per Natale, con il presepe sempre ispirato a un progetto in corso o con un esplicito riferimento alle missioni. «Uno dei momenti più attesi – conclude Rosanna – resta l’Epifania, quando i “Cantori della Stella” bussano a tutte le case per raccogliere le offerte e annunciare la nascita di Gesù. Una festa per tutti, in cui i bambini sono protagonisti e sanno che sono in missione per i loro amici di tutti i continenti».
Dalla Guinea-Bissau alla Tanzania alla Moldavia, il racconto di chi è partito dall’Italia. E si è convertito al mondo

Guinea-Bissau, Tanzania, Moldavia. Geografie diverse accomunate nell’essere terra di missione. Luoghi in cui la Chiesa abita le periferie del mondo attraverso i missionari. Come don Lucio Brentegani, incaricato del Centro missionario diocesano di Verona, già fidei donum per diciotto anni in Guinea-Bissau, dove dal 2021 al 2025 ha amministrato la diocesi di Bafatá. «La prima conversione è stata la mia, e non è ancora finita» racconta. Oltre all’annuncio nei villaggi, ha promosso progetti per giovani, lavoro e tutela delle donne. Ricordando il pensiero di san Francesco d’Assisi sottolinea che «il missionario evangelizza anche con le parole. Evangelizzare vuol dire anzitutto promuovere la dignità umana, valorizzare le doti di ognuno, accompagnare le persone a scoprire il disegno di Dio». Impegno che, riflette don Lucio, si può portare avanti grazie alle Pontificie Opere Missionarie, «la solidarietà concreta del Papa che arriva a tutti». Una cassa comune che «abbatte i confini e supera gli egoismi per far sì che tutta la Chiesa porti insieme il Vangelo nel mondo».

Impegno che in Tanzania è iniziato nel 1966. Tra i pionieri c’è don Giuseppe Montenegro, sacerdote dei Missionari del Preziosissimo Sangue. «Quando arrivammo non c’era nulla – ricorda –. Un territorio grande quanto una provincia italiana senza strade né scuole. La gente beveva acqua salata». Con l’aiuto del governo e le offerte dall’Italia, i missionari hanno costruito cinquanta scuole nei villaggi, divenute «motore dell’evangelizzazione» tanto da registrare mille battesimi l’anno. Nacquero poi i dispensari e l’ospedale di Itigi. «Curavamo gratuitamente fino a notte fonda», dice. A luglio è tornato in Tanzania per i sessant’anni della missione. Una celebrazione alla quale hanno partecipato oltre seimila persone, presieduta da tre vescovi e cinquanta sacerdoti locali. «Abbiamo piantato alberi che ora portano frutto – dichiara –. La gente evangelizzata evangelizza a sua volta».

A raccogliere il testimone oggi c’è anche fratel Andrea Velocci, trantaduenne missionario laico del Preziosissimo Sangue originario di Frosinone, che è dal 2019 in Tanzania. «Mi sento come un nano sulle spalle dei giganti», confessa. Infermiere e ostetrico lavora nel St. Gaspar Hospital, punto di riferimento nazionale con 280 posti letto, terapie intensive e reparti all’avanguardia. Vi è poi la scuola frequentata da 364 bambini dai 2 anni fino al termine delle scuole medie. Tra questi, «250 sono sostenuti attraverso l’adozione a distanza – spiega fratel Andrea –: ogni famiglia italiana si prende cura di un bambino seguendo il suo percorso, ricevendo foto e pagelle per tutta la durata degli studi». Negli ultimi anni è stato rilanciato il volontariato laico. «Accogliamo 160 volontari l’anno, la maggior parte giovani», prosegue il missionario riassumendo il messaggio della centesima Giornata missionaria mondiale: «Non serve essere missionari a vita. Si può scegliere di donare il proprio tempo e la propria professionalità, scoprendo una Chiesa viva che interpella anche i giovani e i lontani».

Dall’Africa ci spostiamo in Europa orientale: in Moldavia, dove il Rinnovamento nello Spirito Santo porta avanti una missione dal 2001. «Un progetto benedetto da Giovanni Paolo II nell’udienza concessa il 14 marzo 2002» ricorda Bruna Pernice, membro del Comitato nazionale di servizio del movimento. Al loro arrivo in Moldavia, i primi missionari «si sono trovati di fronte a un tessuto socio-economico segnato da gravi disagi». Da allora, sottolinea Pernice, RnS offre «un cantiere sempre aperto, grazie alla collaborazione di laici, religiosi e consacrati. Sono state avviate diverse iniziative e attività. Per ultimo i Seminari di Vita Nuova nel centro Optima Fide, una struttura terapeutica e di accoglienza per persone con dipendenze da alcol e droga. Da dieci anni, inoltre, si organizzano campi estivi per bambini e ragazzi in diverse parrocchie della diocesi. Settimane di accoglienza, amicizia, giochi, percorsi formativi a tema e momenti di spiritualità».
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