Se il poco
straripa dentro
le sue mani

XVIII Domenica del tempo ordinario – Anno A
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July 29, 2026
Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: “Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare”. Ma Gesù disse loro: “Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare”. Gli risposero: “Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!”. Ed egli disse: “Portatemeli qui”. E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.
Era triste quel giorno, aveva appena saputo della morte di Giovanni il Battista e voleva starsene un po’ da solo, in disparte: certe cose vanno assorbite nel silenzio, vanno digerite in solitudine. Anche Lui ha conosciuto lo strazio della morte, cosa vuol dire sentire nel cuore lo strappo del «mai più». Gli mancava quel cugino inflessibile e visionario; chissà, forse in un luogo deserto pensava che lo avrebbe ritrovato… Ma si sa, quando avvertiamo che c’è qualcuno capace di lenire i nostri mali e di carezzare i nostri cuori corriamo veloci per non farcelo scappare, per approfittare della sua presenza, indiscreti e avidi, incuranti dei suoi programmi. E lui lo cambia il programma di quella giornata: al posto del deserto trova una folla, invece di solitudine trova lo schiamazzo di una moltitudine implorante. Ha il cuore tenero Lui: non li rimanda indietro con la scusa che oggi ha da fare, altro a cui pensare, che tornassero domani. Lui ha “compassione”, che è slancio di viscere, istinto di madre. Sfiora i malati e li guarisce, parla di pecore che si perdono e di alberi che si gettano nel mare, di capelli che vengono contati, di figli scavezzacolli che partono e della festa del ritorno. Sfiora con le mani e le parole, tocca ferite del corpo e del cuore e il tempo scorre così veloce, ad ascoltarlo, a guardare i suoi occhi brillare e le mani a disegnare un regno sconosciuto, che non sembra neanche tempo: sembra infinito. Bisogna salutarli ora, lasciarli tornare alle loro case per sfamarsi: così ragionano i discepoli, che ognuno pensi per sé, ognuno risolva il suo problema, la sua fame. Ma quel Maestro la pensa diversamente e ribalta la logica: «Voi stessi... date». Voi. Non dice «ci penso io», ma voi, con quel poco che avete tra le mani, con quella miseria che avete racimolato. E laddove i discepoli vedono una scarsità Lui già vede una sovrabbondanza; loro si erano fermati ad un calcolo, Lui già scorge il dono: gli basta la fiducia. Gli basta sapere che siamo disponibili a mettere quel «poco» nelle sue mani, come se ci dicesse «Se la tieni per te resterà una miseria, ma se mi consegni quel che a te sembra la ridicola, insufficiente, poca roba che hai questa traboccherà senza misura». Niente è troppo poco per Lui: nelle sue mani anche il poco straripa.
(Letture: Is 55,1-3; Sal 144; Rm 8,35.37-39; Mt 14,13-21)

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