«Non fermate le armi all’Ucraina». Pensiamo anche alla guerra ibrida

Dopo gli attacchi hacker ai frigoriferi dei supermercati, a quelli dove si conserva il sangue, e le email sulle bombe negli aerei, non dobbiamo alzare immotivatamente il livello di allarme, ma nemmeno sottovalutare i segnali che le cronache ci consegnano
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November 6, 2026
«Non fermate le armi all’Ucraina». Pensiamo anche alla guerra ibrida
Congelatori manomessi dagli attacchi hacker / Fotogramma
Caro Avvenire, vorrei rivolgere una domanda a chi manifesta contro le spese militari. Lo chiedo da ucraina, da persona che sa cosa significa vedere il proprio Paese aggredito. Anch’io vorrei che i soldi andassero solo alla sanità, alla scuola, alla cultura; vorrei che nessun soldo fosse speso per difenderci da un’aggressione militare; purtroppo, questo desiderio non basta a fermare chi decide di fare la guerra. Forse state sottovalutando tale rischio. Chiedo quindi: se un aggressore ci attacca, come proteggiamo gli ospedali? le scuole? le case e le persone che ci vivono? L’Ucraina non è dall’altra parte del mondo. È qui, in Europa.
Lena Gromyk
Gentile signora Gromyk, il tema della sua accorata lettera tocca un nervo scoperto e merita una riflessione seria e non occasionale (pur non avendo potuto verificare pienamente l’identità di chi ci scrive, le domande poste sono condivise da molte lettrici e da molti lettori). Già tanto si è detto sulle forniture dirette di armi a Kiev, non ritornerò qui su questo aspetto. Vorrei però prendere spunto dall’appello per considerare in che modo alcuni episodi che si stanno verificando in Europa, e che riguardano anche l’Italia, debbano essere interpretati oggi e, soprattutto, in prospettiva futura. Ho l’impressione che stiamo assistendo ai sabotaggi dei frigoriferi nei supermercati come fossero una curiosa novità nelle incursioni degli hacker, capace di provocare qualche disagio certo, ma principalmente ai proprietari delle catene della grande distribuzione. In generale, la nostra convinzione implicita è che i prodotti verranno prontamente sostituiti sui banconi e che potremo continuare ad acquistare tutto quello che ci piace senza particolari problemi. Abbiamo però appreso che in Francia sono state attaccate anche alcune strutture che conservano le sacche di plasma. Fortunatamente non vi sono stati conseguenze. Nel caso perdessimo riserve preziose prima di qualche intervento che richiede trasfusioni salvavita, le implicazioni sarebbero molto più gravi, e difficili da ignorare. Si moltiplicano poi in questi giorni i falsi allarmi bomba su jet di linea che, seppure successivamente smentiti, provocano pesanti conseguenze sul traffico aereo, richiedono il decollo di intercettori militari per scortare i velivoli e mettono sotto pressione l’intero sistema dei trasporti.
Non sappiamo da dove provengano le infiltrazioni informatiche né se siano coordinate o frutto di nefasta emulazione. Potrebbero essere opera di gruppi illegali non collegati ad autorità statali, che preparano il terreno a richieste di denaro per non compiere ulteriori attacchi. Ma potremmo anche trovarci di fronte ad azioni pianificate nell’ambito di quella che viene ormai chiamata guerra ibrida. Si tratta di una modalità di conflitto che non richiede necessariamente offensive cinetiche, cioè attacchi con armi classiche contro obiettivi fisici, né comporta l’uccisione di soldati nemici o di civili. Tuttavia, costituisce una maniera di agire ostile, attraverso varie forme di destabilizzazione, che punta a creare scompiglio nelle società colpite, provocare paura, minare la fiducia nelle istituzioni e, in ultima analisi, suscitare proprio ciò che lei, gentile signora Gromyk, sottolinea: la tentazione di abbandonare gli alleati al proprio destino per non subire conseguenze indesiderate in casa nostra. È difficile stabilire come si possa e debba reagire a questo nuovo tipo di minacce. Sarebbe però il momento di cominciare a ragionarci tempestivamente in termini razionali. Siamo di fronte, almeno per ora, a episodi che possiamo contenere. È necessario tuttavia chiederci se le infrastrutture da cui dipendiamo e i tanti servizi connessi e accessibili attraverso le reti digitali siano sufficientemente protetti. Forse, più che in alcuni tipi di armamenti tradizionali, dovremmo investire nella sicurezza dei sistemi essenziali per la nostra vita quotidiana. La tecnologia bellica – spinta da ragioni esistenziali, oltre che da interessi economici, come si sta vedendo nello scontro russo-ucraino – progredisce a ritmi velocissimi. Pianificare spese per strumenti militari convenzionali può essere in parte necessario ma anche miope se non si accompagna a una difesa adeguata delle infrastrutture civili. I nuovi scenari di confronto, infatti, si dispiegheranno sempre più su inediti “campi di battaglia”.
Non è opportuno qui elencare i possibili obiettivi che potrebbero finire nel mirino di organizzazioni criminali. Risulta tuttavia facile immaginare che gli inconvenienti o, peggio, i danni potrebbero estendersi ulteriormente. Il primo passo è chiarire, per quanto possibile, l’origine di queste violazioni, cercare di risalire ai responsabili e perseguirli. Se poi emergesse che gli esecutori agiscono per conto di mandanti spinti da motivazioni politiche, la questione diventerebbe più complessa e richiederebbe accertamenti approfonditi e delicati. Non dobbiamo affrettare le conclusioni. Due gruppi di hacker filorussi hanno rivendicato gli attacchi ai sistemi di refrigerazione europei. Ciò non costituisce di per sé una prova della loro responsabilità né, tantomeno, di un coinvolgimento delle autorità di Mosca. Sarebbe però ingenuo ignorare questa pista. Come si fronteggia una guerra ibrida? Esiste ormai una vasta letteratura scientifica in materia, ancora poco conosciuta dal grande pubblico. Penso che questa domanda, tradotta in misure concrete, dovrebbe perciò entrare nei programmi elettorali delle nostre forze politiche. È certamente un argomento spiacevole, che non conviene sollevare se si vuole raccogliere consenso a buon mercato. Ma leader responsabili devono farsi carico anche delle minacce alla popolazione che chiedono di rappresentare. Anzi, è proprio questo uno dei loro compiti fondamentali. Ripeto: non dobbiamo alzare immotivatamente il livello di allarme. Ma non possiamo nemmeno sottovalutare i segnali ripetuti che le cronache ci consegnano. La guerra ibrida è pur sempre una guerra: va affrontata per circoscriverla e non lasciare che metta a rischio la pace.

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