Aldrovandi, vent’anni dopo il suo caso interroga ancora

Nazzi racconta ricostruisce con sobrietà il caso Aldrovandi, tra verità negate, responsabilità collettive e la lunga battaglia della famiglia per la giustizia
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June 30, 2026
Aldrovandi, vent’anni dopo il suo caso interroga ancora
Avere il cognome nel titolo di un programma tv significa che in qualche modo lo personalizzi e che sei abbastanza popolare da poterti permettere una cosa del genere. Stefano Nazzi è uno di questi, anche se, non ce ne voglia il diretto interessato, ma forse al grande pubblico non è poi così conosciuto. Piuttosto è vero che il suo stile è inconfondibile e si distingue nella narrazione di alcuni dei delitti più sconvolgenti della storia italiana per l’attenzione al contesto e alla complessità della vicenda. In questi giorni è su Sky Crime, Sky Documentaries e in streaming su Now con due episodi di mezz’ora ciascuno, in onda ieri e stasera, del suo Nazzi racconta in cui ripercorre il caso di Federico Aldrovandi, un ragazzo di 18 anni morto a Ferrara durante un controllo di polizia nella notte del 25 settembre 2005.
Un tragico episodio che ha generato versioni contrastanti, battaglie giudiziarie e la tenace lotta della famiglia, accendendo un dibattito profondo su verità, responsabilità e giustizia. Il conduttore ricostruisce i fatti, esplorando come un gruppo, in questo caso di poliziotti, possa trasformarsi in un branco dove la responsabilità individuale si dissolve dando origine a una sorta di autoassoluzione collettiva. La verità giudiziaria ha accertato che Federico è stato colpito duramente (tanto che due manganelli in uso ai poliziotti sono stati ritrovati rotti) ed è morto per un prolungato schiacciamento a terra quando ormai era a pancia in giù e ammanettato con le mani dietro la schiena. A quel punto è iniziata un’operazione di depistaggio fino a far passare l’idea, sposata anche da alcuni giornali, che il diciottenne di Ferrara forse morto per overdose. Il processo, al quale non è stato per niente facile arrivare, si è concluso in via definitiva
il 21 giugno 2012 con la condanna della Corte di Cassazione a 3 anni e 6 mesi di reclusione per quattro agenti di polizia, giudicati colpevoli di omicidio colposo con eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi e della violenza. A parlare sono oggi la madre di Federico, Patrizia Moretti, l’avvocato di famiglia Fabio Anselmo, il pubblico ministero Nicola Proto e altri. Soprattutto Anselmo spiega come sia stato difficile trovare testimoni tra cittadini che hanno avuto paura e altri che hanno ritrattato. C’è voluto il coraggio di una camerunense con il premesso di soggiorno in scadenza, aiutata da un sacerdote e da un avvocato, che ha raccontato le fasi della colluttazione che hanno portato alla morte di Federico. Nel ricostruire il caso l’approccio narrativo si mantiene sobrio, lontano dalla deriva sensazionalistica di tanti programmi tv quando affrontano l’onnipresente cronaca nera. Può essere semmai discutibile la scelta di Nazzi, supportata dal coautore e regista Marco Pisoni, di presentarsi in ambientazioni scure, notturne, un po’ troppo da crime verrebbe da dire.

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