Quel seminatore che vede già il frutto

XV Domenica del tempo ordinario-Anno A
Google preferred source
July 8, 2026
Quel giorno Gesù uscì di casa e sedette in riva al mare. Si radunò attorno a lui tanta folla che egli salì su una barca e si mise a sedere, mentre tutta la folla stava sulla spiaggia. Egli parlò loro di molte cose con parabole. E disse: «Ecco, il seminatore uscì a seminare. Mentre seminava, una parte cadde lungo la strada; vennero gli uccelli e la mangiarono. Un’altra parte cadde sul terreno sassoso, dove non c’era molta terra; germogliò subito, perché il terreno non era profondo, ma quando spuntò il sole fu bruciata e, non avendo radici, seccò. Un’altra parte cadde sui rovi, e i rovi crebbero e la soffocarono. Un’altra parte cadde sul terreno buono e diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno. Chi ha orecchi, ascolti».
Cosa pensava, cosa guardava là seduto sulla riva, in quei brevi momenti concessi alla solitudine, prima che la folla, accortasi di lui, gli si accalcasse intorno? Fin dove correva lo sguardo di quel ragazzo rannicchiato sui sassi? Cosa suscitava un sorriso o gli faceva battere il cuore: il sole che stava forse nascendo, la vista di un pesce, la sabbia tra le mani? A cosa pensava Dio?
Forse stava pensando al cuore dell’uomo, così simile ad una strada indurita dai passi, così pieno di sassi e rovi, così buono da dare frutti abbondanti. Terreno in attesa di seme. Lo conosceva bene Lui quel cuore umano, lo aveva visto battere nei suoi amici quando si infervoravano per le sue parole, e quando, dopo poche ore, dimostravano che quelle stesse parole non le avevano mica capite. Ma conosceva bene anche il seminatore, che comprende solo lo spreco del seme e lo sparge ovunque, senza calcoli, senza misure. Con una allegria negli occhi dettata solo dalla fiducia, da una scommessa azzardata e temeraria. Affida il seme alla terra, abbondantemente, smisuratamente. Ha fiducia in quel terreno e ha fiducia nella forza e nella generosità del seme, a prescindere dalla risposta. Ci precede, la fiducia. Ci precede una speranza che non ha bisogno di garanzie. E chi ci dice che il terreno buono sia proprio quello perfetto e non semplicemente, umilmente, quello aperto, pronto ad accogliere il seme? «Tu tienimi – scrive Chandra Livia Candiani – e io mi trasformerò in meraviglia tra le tue mani, al caldo, quel caldo che di notte fa crescere il grano». Dio non fa selezioni, Lui guarda il futuro, sogna il terreno che potremmo diventare, non vede le pietre e i rovi, ma il campo fertile. Lui semina continuamente, esageratamente, spericolatamente. E vede già il frutto. E là dove il seme trova un po’ di terra buona, appena una zolla, appena qualche centimetro, scoppia la pienezza: trenta, sessanta, cento volte in più delle nostre misere previsioni. Siamo strada polverosa e roveto, pietre e spine possono anche invadere il nostro cuore, ma ci sarà sempre un seminatore così poco razionale che continuerà a credere nella nostra terra. Perché Lui vede solo il grano. (Letture: Is 55,10-11; Sal 64; Rm 8,18-23; Mt 13,1-23)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Google Discover Seguici anche su Google Discover di Avvenire

Altri episodi

October 16, 2026

Anche nello stato di minima energia i campi quantistici continuano a fluttuare. Una lezione della fisica che invita a riscoprire il valore delle pause

Discutere e confrontarsi costruttivamente sulla sanità è indispensabile se vogliamo dare nerbo alla cittadinanza e rafforzare la coesione democratica. Le forze politiche lo tengano presente

October 16, 2026

Mircea Eliade (1907) – romanziere e grande storico delle religioni – scrive in La prova del labirinto (1978): «Ogni paese natale costituisce una geografia sacra ... Per me Bucarest è il centro di una mitologia inesauribile. È attraverso questa mitologia che sono giunto a conoscerne la vera storia. E la mia storia, forse». Bucarest è stata per Eliade ciò che fu Buenos Aires per Borges: ma l’argentino avrebbe mai scritto cose del genere? Stando alle tragedie provocate dal nazi-fascismo, l’avvicinamento della nozione di sacro a quella di geografia, che conduce al mito del concetto di patria (terra e sangue), fa venire i brividi. La migliore storia dell’Occidente – culminante nella cultura greco-romana, nel Cristianesimo, nella rivoluzione illuminista – si fonda sulla celebrazione dell’uomo universale e di un’idea di patria come mondo, nonché sull’uguaglianza morale di tutti gli individui. Sarà un caso che Eliade, tra il ‘36 e il ‘38, abbia simpatizzato col movimento legionario fascista, ultranazionalista e antisemita, della Guardia di Ferro? Non diversamente da altri due famosi connazionali. La lettura del libro di Alexandra Laignel-Lavastine, Il fascismo rimosso: Cioran, Eliade, Ionesco Tre intellettuali rumeni nella bufera del secolo, ci farebbe capire tante cose. Ma è introvabile

La raccolta delle olive in un monastero benedettino diventa occasione di lavoro condiviso, contemplazione del creato e riscoperta del valore della vita comunitaria