Avviso alla Figc: al calcio italiano serve solo un Silvio Baldini
Il ct ad interim con le due amichevoli vinte contro Lussemburgo e Grecia avrebbe terminato il suo mandato. Conte e Mancini attendono la chiamata. Noi vorremmo che restasse Baldini

Uno per tutti, tutti per uno. Così si fa squadra, così si può ricominciare quando si è scivolati tanto in basso, tre Mondiali di fila senza la nostra Nazionale di calcio. Così si insegna a giocare divertendosi e a vivere al meglio la propria gioventù, scevra da pressioni e inutili condizionamenti, come ha fatto nell’ultimo mese il "supplente", il ct azzurro ad interim Silvio Baldini. Il legnetto spezzato e trasmesso, è il simbolo dell’unione, e questo nello spogliatoio azzurro è passato dalla grande mano del "vecchio" Gigio Donnarumma a quella del difensore dell’Atalanta Ahanor , 18 anni, diventato italiano solo a febbraio con la maggiore età: scandaloso politicamente parlando che ci voglia così tanto per diventare cittadini italiani a tutti gli effetti se si è nati e cresciuti nel nostro Paese. Palla al centro e torniamo al legnetto di Baldini, che Ahanor ha scambiato con gli altri fratelli d’Italia, nati qui da noi da genitori stranieri: Chiarodia, Ndour, Koleosho, Ekhator. In cinque messi assieme all’anagrafe fanno appena un secolo di vita. Linea verde più che azzurra, miracolo. Poi ci sono i fratellini talentuosi visti all’opera nelle grandi del campionato, il bomber interista Pio Esposito che ha firmato le 2 reti delle due vittorie di cortomuso, 1-0 al Lussemburgo e 1-0 alla Grecia, il milanista Bartesaghi, il romanista Pisilli, il sassuolese Lipani, il veneziano Dagasso, il leccese - scuola Milan - Camarda e lo juventino Faticanti che spera di fare come Cambiaso e Miretti, passare dalla Next Gen bianconera alla Juve di Luciano Spalletti. Ma intanto Faticanti fatica e suda e si gode questo scampolo di gloria in Nazionale e lo stesso ha fatto il funambolo della B, Favasulli che con il Catanzaro è arrivato a un passo dalla Serie A (finale playoff persa con il Monza) e ora è ad un passo dalla consacrazione in azzurro. A patto che chi arriverà dopo Baldini non faccia piazza pulita e alla linea verde opponga un rinascimento fondato sul già visto e testato da tempo.
Non c’è un grande usato sicuro nel garage Italia, ma la tentazione di un ritorno al passato da noi si avverte ovunque e non solo nel calcio. Il rischio che l’ex “scappato di casa” Baldini, ovvero quello di un resettamento del lavoro svolto in questo stato di emergenza e di vacatio del ct ufficiale, in effetti c’è. Ma intanto facciamo un applauso a quest’uomo coraggioso e coerente come pochi, che dopo aver preso in mano l’Under 21 e riportato a una coscienza della necessità di una rinnovamento italiano (largo ai giovani e agli istruttori di calcio giovanile che beneficino di ruolo, d’orgoglio e dignità rinnovata), si è prestato al gioco della supplenza, però con facoltà di allestire, temporaneamente, una selezione che si è presentata come la più sperimentale che si sia mai vista dai tempi del selezionatore e tenente degli alpini Vittorio Pozzo. Due scampagnate andate in porto, contro Lussemburgo e Grecia, ma scampagnate solo perché, affidandosi alla buona volontà e al talento dei suoi “legni verdi”, è riuscito a vincere tutte e due le amichevoli in cui si è visto un deciso cambiamento di rotta e di passo. Il passo danzante al gran ballo dei debuttanti (15 quelli lanciati per la prima volta) che ha mostrato segni di ripresa incoraggianti per il futuro, a prescindere dall’avversario. Ma questo raggio di sole portato da Baldini ora potrebbe già sparire dietro le nuvole fosche di Coverciano, e sarebbe un peccato. Perché chi ama il calcio comprende al volo chi ancora ci mette anima e cuore e chi invece fa questo mestiere per altri fini, e non alludiamo a Seydou Fini, altro azzurro colored che gioca nel Frosinone e che Baldini ha schierato. La Federcalcio e il suo futuro n.1 (Abete o Malagò? questo è il dilemma) una volta insediato alla presidenza sceglierà il nuovo ct. Al momento la corsa sembrerebbe anche in questo caso a due: tra Antonio Conte, che ha l’endorsement di Baldini e Roberto Mancini che piace alla gente che piace, quindi a parecchi all’interno del Palazzo del pallone italico. Noi saremmo per la terza via, quella più romantica e da calcio di poesia: la riconferma per meriti effettivi di Baldini, accompagnato da un coro, in questo caso appropriato, "per fortuna che Silvio c’è".
Ricominciare con quest’uomo “strano”, come si autodefinisce, con il Silvio da Massa critica che allena per il gusto di veder crescere e germogliare i suoi ragazzi, come fossero dei figli. Come quelli del Pescara, con cui un anno fa aveva conquistato la promozione in B all’ultimo rigore nello “spareggio” con la Ternana (ora fallita miseramente) ma regalando per tutta la stagione delle perle di saggezza che solo il “Profeta dell’Adriatico” Giovanni Galeone era riuscito a lasciare sulla sabbia di quei lidi. Prima di tornare a vincere in panchina, con la Carrarese, e poi con la promozione in B con il Palermo, Baldini non aveva più allenato per un lungo settennale. Il suo motto sta tutto nel titolo della sua autobiografia, Il mio calcio vincente. O vinco o imparo (Mentoring Resources.), scritto con gli assist "mentali" di Nicola Colonnata, mental coach che da decenni pratica la filosofia del Wing Chun Kung Fu applicata al gioco del pallone. Lì dentro a quel libro scritto a quattro mani ci trovate tutto il pensiero baldiniano e soprattutto l’umanità di quest’uomo che quando esce dal campo ricomincia sempre da tre. Da "un letto per tre". Un letto matrimoniale un po' più grande, condiviso con sua moglie Paola e la loro Valentina, nata con una forte disabilità e che per i medici era destinata a morire dopo pochi giorni. Da qui la decisione di tenerla il più possibile vicino a mamma e papà. Ma "Qualcuno Lassù" ha voluto che dopo 39 anni Valentina Baldini sia ancora la gioia dei suoi genitori, «con la sua disabilità è una bambina di 4 anni nel corpo di una donna... Valentina mi ha fatto capire cosa significhi amare incondizionatamente, così come mia moglie mi ha fatto capire cosa vuol dire costruire una famiglia», confessa mister Baldini per cui il calcio è solo uno dei sensi della vita, ma mai l'unico.
Dal Bagnone con cui, l'anno in cui nacque Valentina ottenne la prima promozione in carriera, in Prima categoria, fino all'ultima impresa dalla C alla B con il Pescara, Baldini ha sempre concepito la guida di una squadra come fosse la sua famiglia e «avere una famiglia significa cercare di capire i problemi, soprattutto di quelli di chi sta peggio e ciò ci ha dato una certa unità». A 68 anni, il Silvio focoso appartenente alla razza malapartiana dei "maledetti toscani" non si disunisce più in "smoccolamenti" in diretta tv o in rabbiosi calci sul sedere al Mimmo Di Carlo di turno (Parma-Catania del campionato 2007-2008, quando era l'allenatore degli etnei). Viene da un percorso interiore forgiato da una fede profonda, incrollabile, che ha trasmesso a tutti e tre i figli (oltre a Valentina ci sono Mattia e Nicolò) che «la sera recitano le preghiere che gli ho insegnato da piccoli». Un uomo scevro da pregiudizi e campanilismi medioevali, da massese doc ha allenato «gratis» la squadra degli acerrimi cugini, la Carrarese. Un ritorno in panchina quello a Carrara dopo sette anni passati nel suo tibet apuano, senza panchina, e l'ultima volta che ci siamo sentiti, Baldini confessò di aver trascorso tutto quel tempo lontano dagli stadi «come Noodles (Robert De Niro) in C'era una volta in America: sì, anche io sono andato a letto presto alla sera. Anche perché spesso mi svegliavo alle 5 per andare a pascolare con il mio amico Mario che lavora nella tenuta di Tusa (tra Messina e Palermo) dell'altro caro amico Giovanni Cassata. Mario è una persona speciale, sa tutto delle pecore e di come si fa il formaggio, mi indica i posti dove posso cacciare le beccacce, mi racconta storie incredibili di cavalli...».
Nella conferenza stampa post Lussemburgo, Baldini invece dei cavalli ha parlato di un cane. Ha raccontato la storia di Nebbia, il suo cane, un pastore maremmano per cui quando è volato via ha pianto, come se fosse morte il suo babbo. «Anzi, per mio padre quando è morto a 86 anni non ho pianto, perché ho pensato che la vita va così ed era arrivato il suo tempo. Ma per Nebbia invece ho pianto, perché…». I perché li conosce solo lui e quando prova a spiegarli si commuove, ma poi torna a sorridere come un bambino che invita i suoi ragazzi della Nazionale a giocare ai “pirati”. Un occhio bendato durante la partitella per allenare la concentrazione che la generazione dei millennials ha smarrito e dilapidato nelle sedute quotidiane davanti alla playstation e con la dipendenza feroce da smartphone. Se non vince Baldini impara, ma sa anche insegnare come un bravo maestro di campo, perché la sua gavetta è fatta di tanta vita vissuta. O vinco o imparo, è ispirato da una frase detta in tv da Roberto Vecchioni «Nella vita o si vince o si impara. Non si perde mai», che è poi una citazione di Nelson Mandela. Il romantico Baldini, lettore forte del narratore peruviano Sergio Bambarén e dei racconti di montagna di Mario Rigoni Stern, sta per scrivere la parola finel al suo breve racconto azzurro. Ma noi non vorremmo questo epilogo, perché quando Silvio parla lo fa al cuore e alla pancia della gente, e se deve spiegare a un ragazzo che cosa significa il mestiere del calciatore lui è capace di dirgli: «Il mondo del calcio mi farà arrabbiare, mi deluderà, mi criticherà, ma alla fine ciò che conta sono le emozioni che produce in me. Il giorno che non proverò più tutto questo io e il calcio non avremo più nulla da dirci». Con Baldini noi ci siamo emozionati tanto e se torneremo a non emozionarci più, allora forse con il calcio azzurro anche noi non avremo più nulla da dirci. Meditate gente della Figc, meditate prima di prendere un’altra decisione che non sia quella più giusta, ricordando sempre che se anche non vinci, almeno impari.
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