Nei Mondiali immaginari ci sarebbe posto per i sogni e quindi anche per la Palestina

Il libro di Angelo Carotenuto, "I Mondiali immaginari" riporta al potere la fantasia. Come quella di Soriano che ambientò i Mondiali del 1942 in Patagonia e la Gaza World Cup che si disputò nel 2010
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June 23, 2026
Nei Mondiali immaginari ci sarebbe posto per i sogni e quindi anche per la Palestina
Mondiali di calcio 2026: una fase di gioco di Belgio-Iran 0-0 con i giocatori iraniani in attacco nel tentativo di vincere la loro prima partita dopo il 2-2 con la Nuova Zelanda (foto Afp)
Dovrei parlare dei 5 gol in 2 partite messi a segno dall’eterno Pallone d'Oro argentino, Leo Messi, oppure del baby prodigio della Spagna Yamal che ha ritrovato la via del gol. Meglio ancora dell’Iran imbattuta che ha inchiodato sullo 0-0 il Belgio o di Capo Verde che contro l’Uruguay ha firmato i suoi storici primi due gol  a un Mondiale in cui ricordiamolo sempre c'è anche il microcosmico Curaçao. Ma poi ho pensato: ma quanti piccoli tifosi palestinesi, ucraini, iraniani e quelli di tutti i paesi in guerra, ora stanno esultando davanti allo spettacolo unico del calcio planetario? Risposta non c’è. La mia domanda è caduta nel silenzio di uno stadio abbandonato, lasciato miseramente vuoto da quei popoli che, per colpa dei sanguinosi conflitti bellici, hanno perso tutto, calcio compreso. Per consolarmi mi sono letto in una notte di afa e zanzare un libro rinfrescante per la memoria di cuoio (va assolutamente letto in questi giorni tra un primo tempo e l’altro dei match notturni al di là dell’Oceano) I Mondiali immaginari (Sellerio). Lo ha scritto un narratore da Premio Strega, Angelo Carotenuto il quale organizza in pagina delle sfide mondiali assolutamente immaginarie e immaginifiche. Tipo: un Austria del 1934 trascinata dal grande Sindelar, il “Mozart del calcio” contro l’Italia campione del mondo del 2006. Allora, all'alba, riponendo il libro sul comodino mi è tornato in mente che a volte la realtà supera la fantasia o quanto meno la fantasia dà una buona mano a rendere meno dura la realtà.
Durante la Seconda guerra i Mondiali di calcio non si disputarono e così quando nel 1950 il Brasile organizzò in casa la Coppa Rimet (perdendola contro l’Uruguay di Schiaffino, nella finalissima diventata il dramma collettivo del “Maracanazo”) l’Italia era ancora campione in carica dal lontano 1938: anno anche della promulgazione delle leggi razziali. Lo scriba massimo del Fútbol, Osvaldo Soriano “giurava” però che nel novembre del 1942 invece il Mondiale si disputò, e quella fu la misteriosa edizione del Mundial di Patagonia. Una competizione fantastica, in quanto frutto della fantasia del “Gordo” che ne scrive nell’esilarante racconto Il figlio di Butch Cassidy, inserito nella raccolta dal titolo inconfondibile, Pensare con i piedi. La storia di cuoio ufficiale smentisce categoricamente l’ipotesi di una Coppa Rimet organizzata laggiù “alla fine del mondo” come avrebbe detto papa Francesco. Ma il mockumentary, Il Mundial dimenticato. La vera storia dei Mondiali di Patagonia 1942 di Lorenzo Garzella e Filippo Macelloni, nel 2012 rilanciò la misteriosa suggestione sorianesca. Anche perché i due registi trovarono l’assist di Osvaldo Bayer, scrittore e pilastro con Soriano del quotidiano di Buenos Aires “Pagina 12”, il quale non escludeva che in quel racconto ci fosse un fondo di verità. Soriano conosceva bene la Patagonia in quanto figlio di un ispettore della rete idrica nazionale e in quella terra sferzata dal vento di Alambrado da bambino aveva assistito a sfide calcistiche tra le varie rappresentative di migranti in Argentina.
Perciò ecco che nel suo racconto entrano in gioco gli operai italiani antifascisti che incontrarono ebrei polacchi e altezzosi francesi che a loro volta incrociarono i maestri del football, quegli gli inglesi dediti agli affari e al fairplay. L’Europa contro l’America Latina, alla faccia dell’odierno gigantismo Fifa che al G48 ammette la piccola isola di Curaçao mentre l’Italia è stata capace di non entrare nella kermesse dalle larghe pretese. L’arbitro di Patagonia 1942 non è più la vittima sacrificale del sistema, ma il padrone del campo e del gioco: il figlio di Butch Cassidy, mister William Brett Cassidy, il quale da figlio d’arte ha facoltà di usare la pistola prima che i cartellini per redimere le questioni tra i calciatori. Una follia che alla fine vide uscire vincitori gli indios mapuche che ebbero la meglio sulla selezione tedesca, l’11 nostalgico del nazismo. In un torneo surreale come quello dell’esule Soriano scappato dal regime di Videla non potevano che vincere i più deboli, gli ultimi della terra. Oggi, sarebbe come se la povera e dilaniata Palestina scendesse in campo ai Mondiali di Usa, Messico e Canada e in finale la spuntasse contro le corazzate argentine, tedesche o brasiliane. Piacerebbe inserire anche la Potëmkin italiana che invece dal 2014 non è più della conferenza iridata. Ma nel 2010, alla vigilia dei Mondiali del Sudafrica, in cui gli azzurri di Marcello Lippi arrivarono da campioni in carica e tornarono subito a casa, una nostra rappresentativa partecipò alla Gaza World Cup. Un torneo pensato per offrire vicinanza a quel milione e mezzo di palestinesi, ostaggio del “blocco israeliano” dal 2007 e già esclusi dal resto del proprio mondo dall’infame muro della vergogna che gli impediva di entrare e uscire in piena libertà da Gerusalemme. Perciò, come ha ricordato Daud Al Ahmar dalle colonne del Manifesto, dal 2 al 15 maggio 2010 allo stadio di El-Yarmouk e al Palestine Stadium di Gaza City si svolse il torneo più solidale del mondo. Il Palestine Stadium allora era ancora un luogo di aggregazione e di divertimento per i tifosi del calcio, e sono tanti in Palestina, prima che «alla vigilia di Natale del 2023 l’esercito israeliano lo trasformasse in un campo di internamento per centinaia di palestinesi, molti dei quali bendati e nudi. In quell’occasione, la Federcalcio palestinese contattò sia la Fifa sia il Comitato Olimpico spingendo per un’inchiesta internazionale», scrive Al Ahmar che ricorda che nel 2010 «i calciatori del Gaza City, Rafah e Khan Younis, si mescolarono a quelli amatoriali di Inghilterra, Francia, Germania, Italia, Irlanda, Olanda, Russia Spagna e Usa. Il trofeo era 100% made in Palestine: una coppa forgiata con i resti degli ordigni di “Piombo Fuso”, l’offensiva militare scatenata da Israele tra dicembre 2008 e gennaio 2009 in cui furono uccisi 1.400 palestinesi, di cui circa 300 bambini». Quei numeri adesso vanno moltiplicati per cinquanta o forse più. Nella squadra italiana della Gaza World Cup, che si fece riconoscere per le classiche polemiche, figurava anche Vittorio “Vik” Arrigoni, il 36enne attivista della cooperazione internazionale e reporter, rapito e poi ucciso a Gaza City, il 15 aprile 2011, dal gruppo terroristico dell’area jihadista salafita. Una fine lampo, come quella sua apparizione in campo che, causa infortunio, durò appena cinque minuti. Tutto quello che aveva visto e vissuto in Palestina Vik lo aveva raccolto nel libro edito dal Manifesto che porta il suo monito che abbiamo ereditato, “Restiamo Umani”.
Poco tempo dopo l’assassinio andai a casa Arrigoni a Bulciago (Lecco) e la mamma di Vittorio, la signora Egidia Beretta mi mostrò la stanza del figlio che odorava di meglio gioventù, di buone letture e di speranza, anche se «a volte, il dolore è più forte della speranza», disse quella madre forte che ha continuato a girare per le scuole e raccontare la storia di Vittorio. Sulla sua tomba, ogni settimana trova ancora «lattine vuote di birra a fare da lume», un berretto, delle kefiah, le pipe («Vik le collezionava»), biglietti e qualche lettera, «specie di bambini. A loro piaceva tanto Vittorio». Non a caso il disegnatore brasiliano Carlo Latuff lo ha ritratto con pipa, kefiah e berretto, mentre tiene per mano un bambino che fa il segno della vittoria. Prima di lasciarci, Vik in un video citando Nelson Mandela ricordava: «Un vincitore è un sognatore che non ha mai smesso di sognare». Con questo spirito l’onorevole ed ex ct del volley azzurro Mauro Berruto, dal 23 al 28 novembre 2025 su invito del Comitato Olimpico e della Federazione palestinese era volato a Ramallah per tenere corsi e allenamenti di pallavolo. Lo sport come strumento di normalizzazione in quella terra di Palestina che da tanto tempo non trova più pace. Il poeta palestinese Mahmoud Darwish, morto nel 2008 a Houston, ironia della sorte una delle sedi americane dei Mondiali di calcio 2026, ha lasciato scritto: «Mentre prepari la tua colazione pensa agli altri, non dimenticare il cibo per le colombe».

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