Kapoor: «È lo spettatore che completa l’opera»
L’artista ripercorre la propria ricerca sul vuoto e racconta il rosso, l’oscurità, il rapporto tra pittura e scultura, difendendo la fragilità dell’atto creativo umano come risposta alle sfide del presente

L’opera di Anish Kapoor – artista britannico di origine indiana, tra i maggiori artisti contemporanei – non occupa lo spazio: lo trasforma. Masse che si generano da sole, vuoti che assorbono la luce fino ad annullarla, superfici che fondono lo spettatore con il paesaggio fino a dissolverlo – ogni elemento dei suoi lavori contribuisce alla dissoluzione dei confini, tra materiale e immateriale, integro e frantumato, reale e irreale. In questo abbandono alla materia risiede una forma antica di fiducia: quella di chi accetta di essere attraversato da ciò che non può né controllare né comprendere del tutto. È così anche per le due opere esposte a Taormina, in occasione di Taobuk., dove l’abbiamo incontrato, dialogando con lui di scultura, di pittura (materica e viscerale), del rapporto tra presenza e assenza, creazione e distruzione, vita e morte, partendo dal colore rosso, che domina le due opere esposte in Sicilia: «Il rosso – ci spiega – è stato il mio colore per moltissimo tempo. Lavoro con il rosso da molti, molti anni. Come sempre, anche in questi dipinti, il rosso porta con sé qualcosa di più. Per me non si tratta semplicemente di un colore, ma di un evento. Mi ricorda un vulcano».
E domandandogli quale sia il ruolo del rosso in questo “evento”, risponde: «Penso a un atto di sangue, penso a qualcosa di sacrificale che rimanda ai classici. Sono profondamente interessato all’oscurità. L’oscurità è una condizione originaria. È una condizione della Terra, dell’Universo, ma anche della nostra interiorità. Ogni viaggio verso l’interno, almeno all’inizio, è oscuro. Non rimane necessariamente oscuro, ma lo è nel suo primo momento».
Celebre per le sue sculture monumentali in grado di sfidare le nostre percezioni, Kapoor ha sempre dichiarato di considerarsi «un pittore che lavora come scultore»: l’idea stessa di pittura attraversa tutta la sua ricerca, e la pittura degli ultimi anni ne è il prolungamento più diretto, ma dice di non avere un messaggio da trasmettere al mondo: «Ho semplicemente una pratica quotidiana: vado nel mio studio ogni giorno e lavoro. Cerco di non pensare troppo. Cerco piuttosto di giocare, come farebbe un bambino. Da questo processo emergono delle cose. Un giorno stavo lavorando con i pigmenti. Realizzai una grande forma e decisi di dipingerla con un blu molto scuro. La appesi al muro e tornai il giorno seguente. Quando la vidi asciutta accadde qualcosa di sorprendente: non sembrava più soltanto una superficie blu. Era diventata uno spazio pieno di oscurità. Quella fu per me una vera scoperta. Successivamente tagliai una parte della forma e la dipinsi dello stesso blu per verificare se il peso del vuoto fosse uguale al peso della materia. Con mia sorpresa lo era. Quel lavoro si chiamava Adam, come il primo uomo. Ho sempre sentito un forte legame con la dimensione mitologica e biblica».
Per Kapoor quindi il pigmento non serve a colorare una superficie: è la sostanza stessa dell’opera, un luogo in cui vita e morte, presenza e assenza, creazione e distruzione, si confrontano senza sosta tra inquietudine e visceralità dell’esistenza nella sua fragilità: «Il fatto di non avere un messaggio universale – prosegue – lascia spazio allo spettatore. È lo spettatore che completa l’opera. Mi piace molto una frase di Paul Valéry che dice più o meno così: una poesia fallisce quando produce soltanto significato. Una buona poesia vive tra il senso e il non-senso». In questo spazio di libertà l’arte produce trasformazione: «Viviamo in un mondo pieno di regole, ma l’arte ci ricorda che non tutto può essere ridotto a una regola. Purtroppo, il capitalismo globale ha ormai assorbito anche il mondo dell’arte. È un problema enorme. Noi artisti, gli scrittori, i poeti e tutte le persone creative, dobbiamo confrontarci con questa crisi culturale».
Una crisi, quella di cui parla Kapoor, che si può affrontare attraverso la presenza di artisti e artiste intenti nell’atto di guardare vero l’ignoto, il mistero, verso la sacralità del non conosciuto o del conosciuto solo in parte: «Sono profondamente interessato alle domande fondamentali dell’esistenza. Quando scoprii la forma del vuoto mi chiesi dove potesse vivere quello spazio. Nel 1982 vidi una straordinaria mostra di Mantegna. Rimasi colpito dalla Discesa al Limbo. Poco tempo prima avevo realizzato un’opera che consisteva in uno spazio nero nel pavimento. Decisi allora di chiamarla Descent into Limbo. Quando anni dopo la esposi a Documenta, a Kassel, accadde un episodio divertente. Un visitatore aspettò quarantacinque minuti in fila pensando di osservare un tappeto nero. Si avvicinò, tolse gli occhiali e cercò di appoggiarli sulla superficie. Gli occhiali scomparvero nel vuoto. Per me quello fu un successo totale. Il mio obiettivo non è modificare la percezione dello spettatore, ma creare uno spazio pieno di presenza. Se la percezione cambia, è una conseguenza, non uno scopo».
Oggi peraltro viviamo in un’epoca in cui le immagini possono essere manipolate, per esempio attraverso l’intelligenza artificiale: «È uno dei grandi temi del nostro tempo. Credo che la creazione artistica debba rimanere protetta dal diritto d’autore. Esiste una differenza enorme tra un’invenzione nata dalla fragilità dell’esperienza umana e una prodotta da una macchina. Forse è una posizione romantica, ma è la mia. Ci sono almeno tre domande a cui la scienza non ha ancora saputo rispondere: che cos’è la coscienza, dove eravamo prima di nascere e dove andiamo dopo la morte. Nessuna intelligenza artificiale può dare una risposta definitiva a queste domande. Per questo continuo a credere nella fragilità dell’atto creativo umano».
Una fragilità che nelle sue opere viene spesso descritta con parole come mistero, trascendenza e silenzio. In questo senso, una domanda risulta necessaria: l’arte può ancora produrre un’esperienza del sacro in una società secolarizzata? «Credo di sì – risponde Kapoor, che continua –: Penso a Malevic e al suo Quadrato nero, che definiva un oggetto a quattro dimensioni. Oppure a Rothko, Yves Klein e Barnett Newman. Il progetto modernista, pur non essendo religioso, continua a toccare idee profondamente spirituali. Il colore, lo spazio e il rapporto con lo spettatore parlano ancora del trascendente».
Parlando di trascendenza, infine, non si può non fare un riferimento al tempo: «Il tempo è forse la cosa più preziosa che possediamo. Esistono opere che restano grandi indipendentemente dall’epoca in cui sono state realizzate. Nel mio studio ho una regola: non lascio uscire un’opera per almeno sei mesi. La osservo a lungo, anche senza guardarla direttamente. E continuo a chiedermi: “È davvero buona?”. È un processo di dubbio continuo. Se l’opera sopravvive a quel dubbio, allora è pronta».
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