Vincere la battaglia tra le virtù e i vizi
sabato 30 gennaio 2021
La Cappella degli Scrovegni è uno di quei posti che dovrebbe essere un obbligo per tutti visitare, come minimo una volta nella vita. Si trova a Padova, città che da anni ha chiesto che questo piccolo gioiello d'arte dell'inizio del 1300 tra i siti Patrimonio dell'Unesco ma, che la richiesta sia accolta o meno, è senza dubbio un luogo di incredibile bellezza, caratterizzato dagli indimenticabili affreschi di Giotto. Tra questi, in basso, sulle due pareti laterali, a fronteggiarsi l'una con l'altra, quattordici figure allegoriche che rappresentano i vizi e le virtù: a sinistra le prime, ira, disperazione, incostanza, gelosia, infedeltà, ingiustizia, stoltezza; a destra le seconde, prudenza, giustizia, fortezza, temperanza, fede, speranza, carità.
È da questa contrapposizione, a partire dalla domanda «Perché vale la pena di riflettere sulle virtù e i vizi?», che comincia la lunga intervista che Papa Francesco ha rilasciato a don Marco Pozza, cappellano del carcere "Due Palazzi" di Padova, e che Discovery manderà in onda in tre prime serate su Nove. Perché, dunque, vale la pena di riflettere? «Per capire bene in quale direzione dobbiamo andare – risponde il Pontefice –. Ambedue ci sono, ambedue entrano nel nostro modo di agire, di pensare, di sentire... La virtù è come la vitamina, ti fa crescere e vai avanti. Il vizio è essenzialmente parassitario, i vizi sono dei parassiti».
Insomma, dice Bergoglio, se le virtù sono nutrimento per ciascuno di noi, nutrimento essenziale per crescere e diventare adulti, i vizi si oppongono a questo, ci rodono da dentro, ci mangiano, le ossa e l'anima. Basta scorrere i due elenchi ricordati sopra per capirlo: le virtù arricchiscono, i vizi non sono che perdite di tempo, e ci rendono più poveri, ci inaridiscono. E oggi, che una pseudo-cultura sempre più estremizzante spinge a capovolgere la relazione tra virtù e vizi, considerando le prime superflue, o perfino insignificanti, e a esaltare i secondi, si finisce con l'aprire uno spazio infinito alla superficialità, e a vivere di conseguenza.
Nel settembre del 2009, durante un'udienza generale, Benedetto XVI sottolineava che di fronte alla «vastità dei vizi» diffusi nella società, il «rimedio da proporre con decisione» è quello di «un radicale cambiamento di vita, fondato sull'umiltà, l'austerità, il distacco dalle cose effimere e l'adesione a quelle eterne». Parlando di Sant'Oddone, che fu abate di Cluny alla fine del primo millennio, Ratzinger notò che «nonostante il realismo della sua diagnosi, Oddone non indulge al pessimismo». Perché allora come oggi quello che va tenuto sempre presente è che «la misericordia divina è sempre disponibile, in quanto Dio persegue le colpe e tuttavia protegge i peccatori».
Così, dice oggi Francesco proprio a questo riguardo, anche e soprattutto in questo presente in cui sembra che «siamo caduti nella cultura dell'aggettivo, ci siamo dimenticati dei sostantivi», nessuno deve mai dimenticare che «sei una persona, tu sei un uomo, sei una donna. È più importante essere uomo o donna che non avere questi vizi e virtù. Dio non ama l'aggettivazione della persona, ama la persona, come è. Peccatore, non peccatore, ma come è». Perché la sua misericordia abbraccia tutti, nessuno escluso.
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