Scoprire la lingua della felicità nei romanzi e nelle poesie di Anna Maria Carpi
sabato 22 giugno 2013
Leggo da tempo Anna Maria Carpi, è ormai un quarto di secolo. Prima raccontava e sapeva farlo. Scriveva romanzi in una lingua della felicità, in cui qualsiasi cosa si faccia o avvenga, i personaggi parlano e si muovono in un presente che contiene già le promesse del futuro, in un mondo parallelo nel quale felicità e infelicità sono intere, hanno una forma, e la vita è proprio se stessa, di casa, come la si sogna, così prossima ai corpi e alle ore del giorno. Solo raccontandole come in una fiaba realistica ma senza tempo, può succedere che le cose accadano e siano vissute come ai viventi reali non succede mai. Due romanzi, prima Racconto di gioia e di nebbia (1995), poi E sarai per sempre giovane (1996), di cui per me è indimenticabile il tono, il calore e il colore, e che facevano sembrare di essere arrivati nel luogo ipotetico in cui i dorati granai della vita in se stessa felice vibrano con l'eterna luce di un tesoro nascosto.Poi sembra che il tempo del raccontare per la Carpi sia finito. Ora, da anni, è come se scrivendo bruciasse le sue carte e ustionasse se stessa. I suoi libri di poesia sono in ogni pagina un falò che brucia tutto, fa luce, caldo e poi incenerisce. Mi ero sbrigativamente convinto che dopo un magnifico libro come L'asso nella neve (2011), l'ultimo, Quando avrò tempo (Transeuropa) fosse un libro bello ma, come si dice, minore. Ora che lo rileggo, vedo che non è così. Non sono possibili libri minori e maggiori in una poesia come questa. Singole pagine e intere raccolte poetiche stanno insieme simultaneamente. E' sparito il tempo narrativo che scorre, c'è solo il tempo che è oggi, che si afferra e si ferma nei versi. Quello della poesia è il tempo dell'urgenza e dell'assoluta intensità, fuoco e gelo, caldo rifugio o deserto assiderato.I libri di Anna Maria Carpi sono la rivelazione poetica di questi anni. Esigono di essere letti. Una sola citazione, in clausola: «Narrazioni, / bivacchi, / indugi / che non tollero più (…) voglio la muta bevanda / di uno sguardo che intende chi sono - / un nido sconosciuto / introvabile dalla morte».
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