Quel male che siamo e l'esile bisogno di migliorare
venerdì 17 maggio 2019
Lo stradone (Ponte alle Grazie) e La straniera (La nave di Teseo): ecco due libri dai titoli brevi e riassuntivi che hanno finalmente qualcosa da dire sul nostro presente raccontando la storia dei loro autori, di età e generazioni molto diverse. Francesco Pecoraro (Lo stradone) è nato nel 1945, è stato militante comunista ed è finito poi nel disastro socialista, è funzionario e scrittore. Romano, abita dalle parti di Valle Aurelia (a due passi dal Vaticano) e ha pubblicato un romanzo a sfondo autobiografico che piacque molto ai pochi ma buoni, La vita in tempo di pace, di sfondo infine internazionale e di ambizioni non narcisistiche. Claudia Durastanti (La straniera) è nata a Brooklyn da genitori lucani, entrambi non udenti. Dopo incerti esordi nel romanzo breve, ci dona un libro in cui parla di sé con una capacità di analisi e di autoanalisi invidiabile. Come Pecoraro, peraltro. Non è per caso se queste due opere le metto insieme, a cavallo entrambe tra il saggio e il romanzo, la storia e l'autobiografia. La seconda mi sembra una continuazione della prima, Pecoraro parla di sé per parlare della sua generazione e delle mutazioni che ha visto e subito, delle delusioni nei suoi impegni pubblici, del suo scoramento di fronte a come è malamente cambiato il nostro Paese ed è cambiata Roma, che è la sua città, a partire dal quartiere in cui vive e di cui evoca un passato proletario dimenticatissimo: fu infatti la zona delle fornaci, e ha fornito i suoi mattoni allo sviluppo della città, per anni e anni. Zona di lotte, la visitò perfino Lenin, racconta Pecoraro. Tutto è cambiato e tutto continua a cambiare, e questa città - che non è mai stata amministrata così male come oggi - è il caotico regno di una piccola borghesia egoista e aggressiva, di una borghesia di rara volgarità, e di un numero crescente di poveri e di emarginati. Con occhio da antropologo ma con sofferta passione Pecoraro racconta le sue trasformazioni nell'era della globalizzazione e della fine del senso civico dei suoi abitanti... Si comporta da antropologa anche Durastanti, che parla di sé per parlare della sua generazione, meno provinciale delle precedenti (e meno povera), scarsa di speranze ma anche di super-io, malata di narcisismo e stordita dalla truffa che chiamiamo cultura, che chiamiamo comunicazione. Sono due libri importanti, Lo stradone e La straniera, da leggere in quest'ordine per capire un po' meglio l'avvicendarsi delle generazioni, chi siamo stati e come siamo diventati. È sorprendente ed è bello che ci siano autori di età diverse con questa rara capacità di fare della propria analisi un quadro di chi siamo stati, di come siamo diventati e stiamo diventando. Nel male ma anche, leggendo Durastanti, con qualche esile speranza di migliorare!



© Riproduzione riservata
COMMENTA E CONDIVIDI