sabato 10 gennaio 2004
Muore lentamente chi distrugge l'amore,/ chi non si lascia aiutare;/ chi passa i giorni a lamentarsi/ della propria sfortuna o della pioggia incessante./ Lentamente muore chi abbandona un progetto/ prima di iniziarlo,/ chi non fa domande/ sugli argomenti che non conosce,/ chi non risponde/ quando gli chiedono qualcosa che conosce./ Evitiamo la morte a piccole dosi,/ ricordando sempre che essere vivo/ richiede uno sforzo/ di gran lunga maggiore/ del semplice fatto di respirare. Nel Macbeth di Shakespeare si parla di persone che ormai vivono come "ombre che passeggiano". Purtroppo non è raro che la morte giunga prima di quella biologica e s'impossessi dell'anima di un uomo o di una donna che, da allora, sono anagraficamente vivi ma spiritualmente finiti. Qohelet, l'acre sapiente biblico, parla con ferocia dei «giorni tristi e degli anni dei quali devi dire: Non ci provo alcun gusto!» (12, 1). Quante persone si alzano al mattino e, di fronte alle ore che hanno da vivere, ripetono idealmente queste parole perché la loro esistenza è ormai vuota. A prevenire questo morbo terribile, che conduce alla morte dell'anima, prima che sia troppo tardi ci aiutano questi versi del poeta cileno Pablo Neruda (1904-1973). Chi comincia a non amare più, chi rifiuta un aiuto o il dialogo, chi si crogiola nella sua infelicità, chi non ha più interessi e cancella ogni impegno è inesorabilmente avviato a percorrere quella china. Continua Neruda: «Muore lentamente chi non si appassiona più, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle 'i', chi evita le emozioni che fanno battere il cuore. Muore lentamente chi non viaggia, chi non legge, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso».
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