sabato 11 novembre 2017
Fort Simpson è un piccolo villaggio canadese nei territori del nord-ovest. Poco più di un migliaio di abitanti, nativi americani, a sfidare uno dei climi più rigidi della terra. Nel settembre del 1984 avrebbe dovuto essere una delle tappe del lungo viaggio apostolico in Canada di Giovanni Paolo II, ma una tempesta inattesa costrinse all'ultimo momento a cancellare quell'appuntamento. «Tornerò», promise Papa Wojtyla e, lì per lì, quasi nessuno gli credette. In fondo si trattava solo di un piccolissimo villaggio, una piccolissima tappa, e non sarebbe stata neppure la prima volta che Giovanni Paolo II avrebbe incontrato una comunità di nativi americani. Per cui...
Infatti tre anni più tardi, sempre a settembre, al termine di undici giorni negli Stati Uniti, Papa Wojtyla volò a Fort Simpson, unica tappa canadese di quella trasferta oltreoceano, solo per tenere la parola data. «Ho atteso con impazienza il giorno in cui poter tornare. Quel giorno è venuto. Vengo oggi, come feci allora, come successore dell'apostolo Pietro... Vengo a voi, come tanti missionari che mi hanno preceduto e che hanno proclamato il nome di Gesù tra i popoli indigeni del Canada – gli Indiani, gli Inuit e i Metis – e hanno imparato ad amare voi e i tesori spirituali e culturali del vostro modo di vivere. Hanno mostrato rispetto per il vostro patrimonio, le vostre lingue e i vostri costumi». Quello che nessuno credeva, insomma, era invece accaduto.
Questo episodio del pontificato di Giovanni Paolo II è tornato in mente mercoledì scorso, quando Papa Francesco ha incontrato in Piazza San Pietro, al termine dell'udienza generale, un netturbino di Buenos Aires vittima di un gravissimo incidente, e la storia ha fatto subito il giro del mondo. In breve, Francesco nel luglio scorso, appresa la storia di Maximiliano Acuna – questo il nome del netturbino – gli aveva telefonato per rincorrerlo e incoraggiarlo. E poi: «Ci dobbiamo conoscere. Se non vado io in Argentina, vieni tu in Vaticano». Sul serio? «Promesso».
Papa Bergoglio anche quest'anno ha dovuto rinunciare al Viaggio apostolico in Argentina. E allora Maximiliano è stato invitato a Roma, appunto come promesso a suo tempo dal Papa. E se qualcuno si meraviglia di queste tutto sommato “piccole” cose, o se le considera solamente alla stregua di gesti simbolici o, magari, mosse un po' furbe per catturare attenzione e consenso, forse è il caso di pensare che le promesse, alla fine, sono roba piuttosto seria. Soprattutto quando a farle è un vescovo di Roma. E non importa quanto “grande” o impegnativa sia la promessa in questione, Pio XII che durante la Seconda Guerra Mondiale promette di non lasciare Roma in nessun caso, Wojtyla che promette agli inuit canadesi di tornare, o Francesco che promette a un netturbino di farlo venire a Roma se egli stesso non riuscirà prima ad andare in Argentina.
Perché se una promessa, come ha detto Benedetto XVI, vuol dire dare forma a una speranza, la promessa di un Papa prefigura sempre e inevitabilmente quella «promessa di Dio» a cui deve orientarsi la vita di ogni cristiano, e di cui ogni cristiano deve sapere di poter fidarsi. «Noi – ha detto papa Francesco a questo proposito nel luglio scorso – siamo uomini e donne che camminiamo verso una promessa, verso un incontro, verso qualcosa, una terra, dice ad Abramo, che dobbiamo ricevere in eredità... “Alla tua discendenza, io darò questa terra”». Da parte sua, “Abramo cosa edifica, una casa? No, un altare per adorare il Signore: fa il sacrificio e poi prende la tenda e continua a camminare”. Così tutti i cristiani, sicuri della promessa di Dio.
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