mercoledì 18 settembre 2002
Accusare gli altri delle proprie disgrazie è conseguenza della nostra ignoranza; accusare se stessi significa cominciare a capire; non accusare né sé né altri, questa è vera sapienza. Era nato attorno al 50 come schiavo nell'attuale Turchia, giunse a Roma ove fu affrancato e divenne un maestro di filosofia. Un discepolo, lo storico Arriano, raccolse i suoi insegnamenti in un
Manuale che fu popolare nei secoli (in italiano lo tradusse anche Giacomo Leopardi). Il personaggio è Epitteto ed è da quella sua opera che abbiamo tratto lo spunto per l'odierna riflessione. La vita di ognuno è, infatti, costellata di piccole o grandi sventure. Anzi, l'abate Galiani, letterato illuminista del '700 napoletano, non esitava in una sua lettera a ritenere che «le disgrazie sono la salsa di questa pessima pietanza che è la vita». Di fronte alla prova si può reagire maledicendo o incolpando Dio e gli altri. Raramente si risale alla nostra responsabilità: questo sarebbe già positivo perché spesso sono le nostre stesse mani a creare danni (alcuni sembrano persino masochisti nel porre le condizioni per farsi del male). Ma il filosofo stoico latino ci invita a giungere a quella pacatezza di spirito per cui la disgrazia non viene esaminata nelle sue cause ma vissuta con coraggio e serenità così da purificarci e trasformarci. Anche nella Bibbia il Qohelet ci esorta così: «Nel giorno della felicità sta' allegro, nel giorno della sventura rifletti» (7, 14). E' questa la vera sapienza che ci impedisce di piombare nella disperazione o di vivere nell'illusione.
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