Le culture contrapposte che muovono i terroristi e i migranti
venerdì 16 settembre 2016
Trovo in rete (facebook, twitter) un'interessante riflessione di Giorgio Manacorda a partire dall'ultima drammatica estate europea, segnata dalla quantità di migranti morti in mare mentre cercavamo di raggiungere qualche luogo in cui vivere. Il discorso di Manacorda, più che indicare soluzioni politiche o esortare a comportamenti morali, mette in fila una serie di osservazioni che possono servire da promemoria, credo, in qualunque discussione presente e futura.La prima di queste osservazioni è che non è realmente in atto una guerra di religione con il terrorismo islamista, perché i terroristi fanno uso di un fanatismo religioso di guerra, mentre l'Europa non li combatte usando il cristianesimo come un'arma. Le ultime “religioni belliche” europee sono state, nel corso del Novecento, ideologie come il nazismo e il comunismo, laiciste e atee religioni antireligiose. Ma oggi la cultura politica europea non ha niente di religioso, è una cultura a cui nessuno crede davvero. Non è una fede, è un illuminismo di facciata, decaduto o in decadenza, un culto della razionalità che ha però perduto il controllo sia del nostro modo di vivere, sia della capacità politica di governare le nostre economie e strutture sociali inutilmente complesse fino alla paralisi.Ma il punto più interessante del discorso di Manacorda è la tesi per cui fra terroristi e migranti non solo non c'è contiguità, ma vige una lampante, radicale contrapposizione. I terroristi sembrano ispirati da un'avversione estremizzata e caricaturale dell'«essere per la morte» di Heidegger: non sono nichilisti perché sono “credenti” in un paradiso dei kamikaze, ma lo sono in quanto considerano che sia niente la vita propria e altrui.All'opposto i migranti rischiano di morire per sete di vita, per sopravvivere, proteggere, salvare, perpetuare la propria vita e quella delle loro famiglie. La loro è una disperata, eroica cultura della vita. Come tanti Enea, con il padre Anchise sulle spalle e il bambino Ascanio per mano, i migranti si lasciano alle spalle una patria in fiamme alla ricerca di una patria nuova in Europa. Questa loro nuova patria sarà nuova anche per noi: «devono ricostruire tutto – dice Manacorda – devono rifondare, proprio come Enea». La tranquilla Europa del benessere di qualche decennio fa, è finita: «Sta nascendo un mondo nuovo e i parti sono sempre dolorosi».
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