La "vita moderna" dell'errante Depardon
lunedì 17 gennaio 2022

Errare, vagare senza meta, alla «ricerca di un luogo accettabile». Un viaggio dove non «non ci sono più momenti preferiti, istanti decisivi, istanti eccezionali, bensì una quotidianità». È quella che ha cercato (e trovato) il fotografo e cineasta Raymond Depardon, 79 anni, nella sua lunga carriera, "errando", instancabilmente, per luoghi e fra le persone che li abitano. Un viaggio «nel presente» di ogni tempo e di ogni spazio che si può percorrere fino al 10 aprile, in una mostra straordinaria - per le immagini, il progetto e l'allestimento - alla Triennale di Milano, grazie a una collaborazione con la Fondation Cartier pour l'art contemporain. Un viaggio a colori e in bianco e nero nel mondo visto da uno dei più acclamati artisti visivi, fondatore nel 1966 dell'Agenzia Gamma e membro della Magnum dal 1979, autore di ben 25 lungometraggi di successo. La vita moderna (questo il titolo dell'esposizione - dal film che, nel 2008, conclude la trilogia Profils paysans - con la direzione generale di Hervé Chandès, concepita con la complicità dell'artista Jean-Michel Alberola, nella cornice scenografica firmata da Théa Alberola) è la più grande mostra - con 300 scatti e due film - realizzata su Depardon (che la scorsa settimana è tornato in Triennale per una master class). Le immagini della serie Errance (1999-2000), trenta fotografie in bianco e nero, alcune stampate a tutta parete, avvolgono lo spettatore-viaggiatore dentro visioni che non sono solo paesaggi, ma appaiono come un'introspezione, il luogo di un'esperienza umana. Sono il filo conduttore dell'intero percorso che si muove alla «giusta distanza», quella con cui Depardon guarda i suoi soggetti, dà loro voce, oltre le frontiere, in una prossimità universale, una familiarità nell'alterità. Immagini di strade e terra, di vie e rotaie, dove il viaggio diventa vagabondaggio in posti reali, ma astratti.

Tra le geografie dei margini del mondo che caratterizzano l'intera opera di Raymond Depardon, l'Italia occupa un posto ricorrente. Pensiamo alla serie San Clemente (1977-1981), per la quale, incoraggiato da Franco Basaglia - pioniere della psichiatria moderna - fotografa la vita negli ospedali psichiatrici di Trieste, Napoli, Arezzo e Venezia, realizzando così un reportage sconvolgente alla vigilia dell'adozione della Legge 180, nel 1978, destinata a rivoluzionare il sistema ospedaliero psichiatrico. Oppure le foto del Piemonte (2001), per indagare sulla continuità geografica e culturale transalpina, a cui fanno da eco le strade in acciottolato e le case dalle facciate irregolari della serie Communes (2020), su una zona del Sud della Francia miracolosamente scampato a un progetto di estrazione di gas di scisto, in seguito abbandonato.

Fotografo del Mediterraneo, dei deserti, dell'Africa, Depardon è attratto anche dalla luce e dal "vento" del Nord. Un reportage lo conduce a Glasgow (1980) dove fotografa dei bambini (sono i protagonisti, con le loro bolle di chewing gum, del manifesto della mostra), piccoli re delle strade, dei senzatetto, delle risse, cogliendo, a colori, l'inoperosità di una città quasi monocroma. Lo stesso anno fotografa New York, fissandola con l'obiettivo della Leica che porta al collo: le inquadrature audaci della serie Manhattan Out (1980) evocano la solitudine urbana e l'indifferenza individualista. La città gli sfugge, gli appare «troppo forte», impossibile da filmare, come afferma la sua voce fuori campo nel cortometraggio New York, N.Y. (1986). Il desiderio di confrontarsi con «lo spazio del vissuto» lo catapulta in un grande progetto in patria: realizzare un ritratto contemporaneo della Francia, con una macchina fotografica 20 x 25, frontalmente e a colori. La France (2004-2010) di Depardon è quella ordinaria e quotidiana delle "sottoprefetture", delle piazze e dei bar, degli uffici postali e delle stazioni di servizio.

Marcel Privat, Le Villaret, Le Pont-de-Montvert, Lozère, 1993

Marcel Privat, Le Villaret, Le Pont-de-Montvert, Lozère, 1993 - © Raymond Depardon / Magnum Photos

Un'altra Francia si rivela nella serie - esposta qui per la prima volta e approdata in un prezioso libro pubblicato nel 2020 dalla Fondazione Cartier - Rural (1990-2018), sulle comunità rurali del Massiccio Centrale francese: lo sconosciuto mondo contadino contemporaneo - quello delle piccole imprese e degli agricoltori che difendono i metodi tradizionali e un ritmo di vita che sembra sfuggire alla modernità - fotografato nel tempo, dopo essere riuscito a riannodare i fili della fiducia e della stima reciproca. Tra le righe delle immagini si sprigiona un intento tanto ideologico quanto umanistico: «Gli uomini e le donne che abitavano e continuavano a coltivare questi territori desolati - dice Depardon - erano saggi, filosofi, eroi, che anticipavano l'inevitabile decrescita futura. Questo choc politico e ideologico è stato un elemento propulsore del mio progetto». E del suo continuo «errare».

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