domenica 26 giugno 2016
Quando il mondo sembra correre verso la catastrofe io mi consolo con le limacce. Là si trova la vita semplice, stabile, ma anche l'immagine del poeta proscritto: una povera lingua mozzata, che ormai saliva soltanto per umili circuiti attraverso i giardini. Ne approfitto peraltro per una precisazione a proposito dei miei articoli: certuni potrebbero giudicarli pessimisti, scuri, nostalgici… Sono solamente benedizioni. Ma, ecco, non posso farci nulla: la beatitudine degli affamati è seguita da un guai a voi che ora siete sazi (Lc 6, 25); la benedizione della vita, nel suo stesso primato, non può che maledire tutto ciò che cerca di soffocarla, di attaccare tutto ciò che è solamente perfezionamento di sepolcri imbiancati (Mt 23, 27). Perché si tratta proprio di questo, con le nostre piccole bare di cristallo, connesse e tattili, che ci consegnano il mondo sotto specie brillanti, ma senza una presenza reale: una ultra-sofisticazione del sepolcro imbiancato e un disprezzo della vita terrosa, bavosa, nera, e che tuttavia sa fare un banchetto di una foglia di lattuga. Se denuncio la tomba splendente, è perché annuncio questa vita oscura. Se condanno il cyborg è perché basta la limaccia ad affascinarmi. Dico "affascinare", perché, per quella che vive sulla terra, combattono in me stupore e ripugnanza. Anche i più grandi amici degli animali, anche i devoti di madre natura conservano un certo odio tenace per la limaccia, che appare loro come l'avversario ostinato e sornione delle loro insalate, il complice di Satana che divora spietatamente i giovani germogli… Davanti a essa, affascinanti giovani donne che non farebbero male a una mosca, si mettono a pianificare lo sterminio: ne cito soltanto una, Sarah Ford, che non ha esitato a scrivere un libretto intitolato 50 modi di assassinare le limacce, ricette facili e divertenti per trucidare e fregare il nemico "number one" del vostro giardino, e le varie leghe per la protezioni degli animali non hanno fiatato e neppure i militanti vegani, preoccupati di non fare soffrire nessuna bestia, ma sottomessi malgrado tutto alla necessità trascendente di salvare la loro verdura piuttosto che la loro anima. Come non comprenderli? Se la lumaca conquista spontaneamente la nostra tenerezza, la limaccia, migrante che ha perso la sua conchiglia, dalla pelle più scura e più coperta di muco, scoraggia il contatto. Io stesso, del resto, quando i miei primi tentativi di orto furono tutti silurati da una armata di queste brune arrampicatrici, dovetti dare ascolto ai consigli di massacro senza pesticidi: il sale, il bicarbonato di sodio, la trappola di birra, i nematocidi, le anatre e le galline… La limaccia mi appariva come un errore nella creazione. E poi, d'un tratto, ho scoperto l'insegnamento di fra' Hervé Coves, agronomo e francescano, la cui fede è abbastanza limpida per sapere che difendere Dio implica difendere anche la limaccia e manifestare il suo ruolo indispensabile nell'ecosistema (e nell'economia della provvidenza). Mi spiegò che la sua digestione fecondava il suolo. Che l'eliminazione completa delle limacce permetteva forse di avere dei grossi tartufi un anno, ma più niente l'anno dopo, perché, per germinare, le spore del tartufo devono attraversare lo stomaco di questo gasteropode per trovarvi le diastasi di cui hanno bisogno. Con fra' Hervé la limaccia diventava una parabola vivente, entrava nel Cantico delle creature. Non meritava distruzione, ma correzione fraterna. La nostra epoca è però innanzitutto quella di un altro limacide che per molto tempo è stata nascosto perché appartiene alla fauna sottomarina. Voglio parlare delle limacce di mare, dette anche opistobranchi (e nudibranchi). Mentre le loro cugine terrestri hanno una livrea abbastanza uniforme, talvolta tigrata, le limacce di mare sono multiformi e multicolori e sfoggiano tutta una collezione di abiti carnevaleschi con maschere arlecchino degne di una Venezia stravagante e sommersa. Il grande zoologo Adolf Portmann riconosceva in esse una prova che la vita supera ogni concezione utilitarista: «Quando, tanti anni fa, ho incontrato per la prima volta questi splendidi gasteropodi nascosti in una foresta di alghe […] mi sono domandato quale fosse il senso di quei colori sorprendenti. Alcuni amici, partigiani accaniti del ruolo dei colori come camuffamento e avvertimento, hanno osservato che i pesci sputano subito questi esseri dai bei colori, disgustati dal loro sapore, e che il colore di avvertimento impedisce in seguito ai pesci di impossessarsene di nuovo […] Sono totalmente d'accordo, ma faccio tuttavia notare che i pesci imparano a evitare tutti i differenti animali dall'aspetto sorprendente di questo gruppo; e così, ciò che c'è di più caratteristico, e cioè la diversità dei motivi e la legge morfologica rigorosa di ogni singola specie, non è spiegata; si spiega solamente ciò che è comune a tutti». L'interno (fisiologico) è pressappoco lo stesso da una varietà all'altra, ma l'esterno è completamente differente, dal blu zebrato di giallo al bianco a pois rossi, passando per l'incarnato granuloso, le corna nere, i pennacchi verdi… Che questo aspetto di sorprendente follia festaiola abbia una funzione di segnale e dunque di conservazione di fronte ai predatori puritani, sia! ma perché tanta diversità? E perché, paradossalmente, sono proprio le limacce di mare, che l'uomo non ha potuto vedere per millenni, a essere le più appariscenti, a venire a sconvolgere oggi i nostri occhi? È forse questo il senso e il buon uso di Internet: rimettere un mollusco nella conchiglia vuota, permettere che lo schermo ci faccia vedere infine queste limacce e lodare il Creatore nella sua fantasia, che supera infinitamente le produzioni della Silicon Valley… Così mi capita di esplorare il sito seaslugs.free.fr. Ammiro le foto di questo slug pride. Icone della vita rudimentale, dove ciò che sembra essere solo un piccolo apparato digerente, è già una poesia inaudita.
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