La mente non è mero elaboratore di dati
venerdì 4 dicembre 2020
Il tema centrale dell’ultimo numero di “Internazionale” è definito in copertina Il valore dell’incertezza e viene riassunto così nell’incoraggiante sottotitolo: “Siamo rassicurati dalle situazioni che possiamo prevedere e controllare. Ma la nostra vera forza è la capacità di affrontare quello che non ci aspettiamo”. Parole in cui si riassume il cuore morale della questione, straordinariamente attuale nell’anno terribile che il genere umano sta vivendo contro ogni precedente aspettativa. La pandemia non era affatto prevista e mette in discussione l’ottimismo tecno–progressista secondo il quale le minacce della natura planetaria potevano apparire (ma non erano) largamente neutralizzate. La situazione della salute e della sopravvivenza umana non è affatto “sotto controllo”. Non lo era mai stata e certo non lo era per i Paesi più poveri, eppure certe illusioni superomistiche erano cresciute. Oggi il problema è la nostra capacità psicologica, mentale, sociale di affrontare una catastrofe. Tutto è in questione: soprattutto l’antropologia fondata su un modello capitalistico che pretende una crescita ininterrotta della produzione e dei consumi, senza aumento della giustizia sociale e i cui effetti sulla abitabilità del pianeta si sono già rivelati irreversibili. Chi opta per l’ottimismo a proposito del futuro è anche perché immagina una sfida che però richiede risorse di resistenza, lucidità e coraggio a cui il nostro “stile di vita” tende invece a lasciare poco spazio. In realtà l’“uomo a una dimensione” prodotto dalle nostre società ipermodernizzate sembra aver perso ogni capacità di autotrascendersi. Per questo ho trovato piuttosto deludente il lungo saggio scelto da “Internazionale” per illustrare il valore dell’incertezza. Si tratta di un testo dovuto a quattro filosofi britannici che studiano il nostro “cervello predittivo”, cioè la capacità mentale di fronteggiare situazioni nuove di accresciuta incertezza. Ho trovato deprimente soprattutto il formulario concettuale adottato dagli autori, che si fa un po’ fatica a immaginare come filosofi. Già l’uso di una formula come “cervello predittivo”, continuamente ripetuta, fa pensare più alla psicologia sperimentale di tipo “cognitivistico” che alla filosofia. Il cognitivismo è una tendenza oggi prevalente in psicologia che tende all’analisi e alla valutazione statistico–quantitativa della mente e della soggettività umana viste come un computer, un “servomeccanismo” per l’elaborazione delle informazioni. Insomma: il soggetto umano è ridotto a cervello e il cervello è ridotto a un elaboratore di dati. Vorrei invece sapere che cosa può succedere quando si affronta una situazione inattesa e difficile se prima abbiamo ascoltato Bach e Mozart o abbiamo letto i Libri sapienziali, i dialoghi di Platone e i drammi di Shakespeare.
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