mercoledì 16 aprile 2003
La prosperità mette gli animi a dura prova, perché le miserie si sopportano, ma la felicità ci corrompe. È un lettore a passarmi questa frase delle Storie (I, 15) del grande Tacito. Essa può servire a una sana smitizzazione dell'ostentazione che si fa ai nostri giorni della ricchezza e del successo, presentati come segno di felicità, di fortuna, di prosperità. In realtà è facile scoprire che il benessere corrompe: se si solleva il manto dorato che avvolge personalità popolari nei vari campi del successo, emergono miserie morali, vergogne, disonestà, corruzione. È una sorta di legge che valeva già per la Roma imperiale e che si ripropone in tutta la sua efficacia anche per l'Italia contemporanea. I sapienti hanno sempre ammonito che «occorrono più grandi virtù per sopportare la buona fortuna che la cattiva» (così affermava nelle sue Massime lo scrittore francese La Rochefoucauld). La prova materiale che si esprime nella povertà, nella sofferenza, nella miseria, può infatti temprare lo spirito e rendere l'animo più nobile e forte. L'abbondanza, che crea un'apparente felicità, intacca invece la coscienza rendendola amorale, colpisce la mente ottundendola e ferisce il cuore cancellandone la sensibilità. Dice il salmista del prepotente e del malvagio prospero: «Dell'orgoglio si fanno collana, la violenza è il loro vestito, dal loro cuore traboccano pensieri perversi, scherniscono e parlano con malizia, minacciano dall'alto con prepotenza, levano la bocca fino al cielo e la loro lingua percorre la terra» (73, 6-9).
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