giovedì 30 aprile 2009
IV Domenica di Pasqua
Anno B

In quel tempo, Gesù disse: «Io sono il buon pastore. Il buon pastore dà la propria vita per le pecore. Il mercenario " che non è pastore e al quale le pecore non appartengono " vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge, e il lupo le rapisce e le disperde; perché è un mercenario e non gli importa delle pecore.
Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e do la mia vita per le pecore. E ho altre pecore che non provengono da questo recinto: anche quelle io devo guidare. Ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge, un solo pastore.
Per questo il Padre mi ama: perché io do la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio».
Con la formula solenne delle rivelazioni, Gesù afferma: Io sono il buon pastore. Per farci capire cosa intende per «buono», per cinque volte ripete il verbo offrire.
Ciò che il pastore offre è la vita, è questo il filo rosso dell'intera opera di Dio. L'Opus Dei, il grande lavoro di Dio, è offrire vita. E non so immaginare migliore avventura: io sono vaso che accoglie vita, anfora che si esercita a ricevere più vita.
Io sono il pastore bello, dice letteralmente il testo greco, e la bellezza del pastore, il suo fascino stanno in questo slancio vitale inarrestabile, nella gioia di vedere la vita fiorire in tutte le sue forme.
Io do la vita: offrire la vita non significa per prima cosa morire, perché se il pastore muore le pecore sono abbandonate e il lupo rapisce, uccide, vince.
Dare la vita qui è inteso nel senso primo, come hanno compreso gli apostoli: della vite che dà linfa al tralcio (Giovanni); dell'ulivo innestato che trasmette potenza buona al ramo selvatico (Paolo); di uno che essendo l'autore della vita (Pietro), l'ha inventata ma soprattutto la scrive, in questo momento, sillaba per sillaba, sulle tavole di carne che sono io. Linfa divina che ci fa vivere, che respira in ogni mio respiro, nostro pane che ci fa quotidianamente dipendenti dal cielo.
Come passeri abbiamo il nido nelle sue mani. Le mani di Dio: mani di pastore contro i lupi, mani impigliate nel folto della vita, mani che proteggono la fiammella smorta, mani sugli occhi del cieco, mani che scrivono nella polvere e non scagliano pietre, mai, mani trafitte offerte a Tommaso. Da quelle mani nessuno mi rapirà mai, mani di pastore, il solo che per i cieli mi fa camminare (Turoldo).
Il Vangelo si chiude con una frase solenne: questo è il comando che ho ricevuto dal Padre mio. Non un comando ma il comando, quello che ti fa pastore bello e fa bella la tua vita: il comando di offrire, donare.
Dare la vita è innanzitutto offrire il segreto della vita. Questo ho imparato da Gesù, che la vita è dono, che il segreto della vita è dare, che l'asse della storia è il dono, che ogni uomo per stare bene deve dare.
Ma perché per stare bene ogni uomo deve dare? Perché questa è la legge della vita. Perché così fa Dio. Se non dai vita attorno a te, entri nella malattia. Se non dai amore, un'ombra invecchia il cuore.
La felicità di questa nostra vita ha a che fare con il dono. E con il diventare pastori buoni, belli, di un piccolo, minimo gregge affidato alle nostre cure.
(Letture: At 4,8-12; Sal 117; 1 Gv 3,1-2; Gv 10,11-18)
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