I Papi sulla pace, profetici e sempre poco ascoltati
sabato 11 gennaio 2020
I venti di guerra tornano a soffiare forte sul Medio Oriente. Come già successo altre tre volte negli ultimi trent'anni. E come negli ultimi trent'anni, nel 1991 all'epoca della prima guerra del Golfo, dopo l'11 settembre e tra la fine del 2002 e il marzo del 2003, assistiamo al ripetersi di un copione terribilmente drammatico, se non tragico: con il Papa che, quasi – purtroppo – in disarmata solitudine, leva la sua voce per cercare di scongiurare il rischio di un conflitto.
È quanto sta accadendo di nuovo in questi giorni, in queste ore, dalla morte del generale iraniano Qassem Soleimani e del comandante iracheno Abu Mahdi al-Muhandis, rimasti uccisi in un raid ordinato dal presidente Usa Donald Trump, e che ha già provocato una prima reazione di Teheran. «In tante parti del mondo – ha detto Francesco durante l'Angelus di domenica scorsa – si sente la terribile aria di tensione. La guerra porta solo morte e distruzione. Chiamo tutte le parti a mantenere accesa la fiamma del dialogo e dell'autocontrollo e di scongiurare l'ombra dell'inimicizia». «Preghiamo in silenzio perché il Signore ci dia questa grazia», ha quindi aggiunto, prima di restare per alcuni secondi con il capo chino e gli occhi chiusi. E già il giorno precedente, sabato 4 gennaio, all'indomani del raid americano, in un tweet aveva sottolineato che «dobbiamo credere che l'altro ha il nostro stesso bisogno di pace. Non si ottiene la pace se non la si spera. Chiediamo al Signore il dono della pace!». E ancora, a seguire, un analogo intervento al giorno, fino al discorso di giovedì scorso al corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, per ribadire come «particolarmente preoccupanti sono i segnali che giungono dall'intera regione (il Medio Oriente, ndr), in seguito all'innalzarsi della tensione fra l'Iran e gli Stati Uniti e che rischiano anzitutto di mettere a dura prova il lento processo di ricostruzione dell'Iraq, nonché di creare le basi di un conflitto di più vasta scala che tutti vorremmo poter scongiurare». Con un nuovo appello «perché tutte le parti interessate evitino un innalzamento dello scontro e mantengano "accesa la fiamma del dialogo e dell'autocontrollo"... nel pieno rispetto della legalità internazionale».
È stato spiegato diffusamente, sulle pagine di "Avvenire", quale sia la vera posta in gioco in questa crisi, che rischia di fare da catalizzatore per la saldatura di quella "terza guerra mondiale" che per ora si sta combattendo "a pezzi", secondo l'immagine coniata proprio da Bergoglio. Ma questa posta in gioco, purtroppo, non viene spiegata o, peggio, viene deliberatamente ignorata da chi sottovaluta il rischio o, addirittura, per la guerra fa il tifo. Illudendosi ancora una volta che essa possa essere la soluzione. Per scacciare le nostre paure, per difendere il nostro egoismo, per allontanare dal nostro orizzonte tutto ciò che non arriviamo a comprendere; come, per esempio, che «l'altro ha il nostro stesso bisogno di pace», proprio come ha detto Francesco.
Ecco perché, allora, è importante ricordare i precedenti degli ultimi trent'anni, come abbiamo fatto all'inizio. Ricordarci quando Giovanni Paolo II, voce isolata spesso purtroppo anche all'interno della stessa Chiesa, si batteva strenuamente per evitare il precipitare degli eventi. Oggi chiunque, in questo mondo sempre più parcellizzato, riesca a mantenere un minimo di onestà intellettuale, deve riconoscere che tutto ciò su cui Wojtyla ci aveva messo sull'avviso s'è puntualmente avverato. E che la situazione è molto peggiorata. Speriamo che questa volta le parole del Papa siano ascoltate. Ma speriamolo davvero, e preghiamo, per non doverci domani svegliare in un incubo.
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