Fermare il conflitto e aprire un dialogo costruttivo
sabato 26 marzo 2022
Tutti sanno che la seconda guerra mondiale è stata la prima, e finora per fortuna l'unica, nella quale siano state usate armi atomiche, sganciate su Hiroshima e Nagasaki. Pochissimi però sanno che quel conflitto fu anche il primo dell'era moderna in cui il numero delle vittime civili superò quello dei soldati uccisi, e non di poco: 44 milioni su un totale di 68 milioni, ossia due terzi del totale. La sera del 14 novembre 1940, quasi all'inizio della Battaglia d'Inghilterra, la città inglese di Coventry fu la prima al mondo a sperimentare un bombardamento a tappeto. Ci vollero dieci ore all'aviazione tedesca per sganciare cinquecento tonnellate di bombe, metà delle quali senza nemmeno il fastidio della contraerea inglese, che alle due del mattino aveva già finito le munizioni. Fu un tiro al bersaglio, con mille e trecento morti. Gli Alleati avrebbero ricambiato, con gli interessi, bombardando Amburgo, Berlino, Stoccarda, Colonia, fino a Desdra che fu “coventrizzata” in tre giorni consecutivi di incursioni a due mesi dalla fine della guerra, e dove nel 1966 ancora si rinvenivano gli ultimi cadaveri delle centinaia di migliaia di vittime (in Italia fu Cagliari a sperimentare qualcosa di simile nell'arco di alcuni mesi del 1943, e se le vittime furono relativamente poche fu perché era stato dato l'ordine di sfollare la città). Stalin arrivò al punto di incoraggiare gli stupri di massa sulle donne tedesche, e una volta entrati a Berlino le truppe russe di seconda linea eseguirono l'ordine con cieca ferocia. Da allora l'abitudine di terrorizzare i civili a fini strategici, cosa che si riteneva un retaggio dei tempi dei barbari, è ridiventata purtroppo una costante in tutte le guerre, con i crudeli vertici visti con le pulizie etniche nei Balcani, nel mattatoio del Ruanda e in Siria.
È quello che stiamo vedendo ripetersi da un mese a questa parte in Ucraina, dove già milioni sono i profughi in fuga dalle città assediate, mentre altri milioni vi restano ancora intrappolati. Una realtà, questa della conferma della tendenza ahimè ormai abituale di tutti i conflitti contemporanei, che anche Francesco ha sottolineato nel messaggio inviato alle Settimane Sociali europee, dicendo che «mai avremmo pensato di rivedere simili scene che ricordano i grandi conflitti bellici del secolo scorso. Il grido straziante d'aiuto dei nostri fratelli ucraini ci spinge come Comunità di credenti non solo a una seria riflessione, ma a piangere con loro e a darci da fare per loro; a condividere l'angoscia di un popolo ferito nella sua identità, nella sua storia e tradizione. Il sangue e le lacrime dei bambini, le sofferenze di donne e uomini che stanno difendendo la propria terra o scappando dalle bombe scuotono la nostra coscienza. Ancora una volta l'umanità è minacciata da un abuso perverso del potere e degli interessi di parte, che condanna la gente indifesa a subire ogni forma di brutale violenza». Parole dure, molto dure, che Bergoglio avrebbe poi ribadito martedì scorso in un nuovo colloquio col leader ucraino Zelensky, telefonata in cui Francesco ha ripetuto la disponibilità della Santa Sede a una mediazione, nella speranza che «quanti detengono le sorti delle Nazioni non lascino nulla di intentato per fermare la guerra e aprire un dialogo costruttivo per porre fine all'immane tragedia umanitaria che sta provocando». Ed è per questo che bisogna pregare, pregare e ancora pregare. Senza stancarsi mai.
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