Emozionanti di sicuro ma non sportivi
mercoledì 7 agosto 2019
La mattina del 7 agosto 1974, centomila newyorkesi si fermarono in strada, con il naso all'insù. Senza che ci fosse stato nessun lancio dell'evento o tam-tam sui social (che ancora non esistevano) uno di loro, per primo, si accorse di un puntino nero sospeso fra le Twin Towers, le torri gemelle del World Trade Center. Come sempre succede quando si incontra una persona che guarda all'insù, una seconda persona si fermò, per cercare di mettere a fuoco. Poi un altro e un altro ancora, finché duecentomila occhi tentarono di capire cosa fosse quel puntino che passeggiava sospeso a 412 metri di altezza dal marciapiede. Quel puntino era un uomo, un artista francese che risponde al nome di Philippe Petit e che, quella mattina di esattamente quarantacinque anni fa, attraversò per otto volte lo spazio aereo che divideva le due torri, camminando su una fune di acciaio. «Un omaggio di stupefacente e indelebile bellezza alla città di New York», scrisse il poeta Paul Auster.
Philippe Petit era un artista di strada, un giocoliere, ma soprattutto un funambolo. Dopo un incredibile curriculum di camminate sulla fune (per esempio fra i campanili di Notre Dame a Parigi o sopra le cascate del Niagara) vive oggi nella Cattedrale di Saint John the Divine, a New York, ospite del programma di residenza per anziani artisti. Il Decano emerito della Cattedrale, il reverendo James Parks Morton che Petit considera il proprio padre spirituale, dice: «Philippe non crede in Dio, ma Dio crede in Philippe».
Che senso possono avere, ieri come oggi, queste imprese? Che cosa spingeva un venticinquenne a metà degli anni 70 a rischiare la vita per, simbolicamente, unire due torri destinate a restare separate (e destinate poi a una tragica sorte che, come sappiamo, ha cambiato il mondo)? Che cosa spinge oggi un inventore francese, Franky Zapata, ad attraversare il canale della Manica su una tavola volante, centodieci anni dopo che fece la stessa cosa, su un rudimentale aeroplano, un altro francese pioniere dell'aviazione, che si chiamava Louis Blériot? Verrebbe da dire che c'è una tendenza dei nostri cugini d'Oltralpe a sfidare questi limiti: anche il povero Patrick de Gayardon, pioniere del volo con la tuta alare era nato in una nobile famiglia francese, nei pressi di Lione. Ma, al di là della provenienza geografica dei loro autori, si tratta forse di imprese sportive? No, non credo si possano considerare tali. Lo sport non mette mai in palio, tranne che per situazioni incidentali, la propria vita. Lo sport è un inno alla vita, alla competizione, mediata da regole, contro avversari che vogliono il tuo stesso risultato. Funamboli, pionieri dell'aviazione (del passato e del presente), alpinisti non sono sportivi nel senso moderno del termine, ma romantici ricercatori di un limite estremo, esseri umani che giocano con un'unica regola fondamentale: non basta realizzare un'impresa, ma occorre riuscire a dimostrare di poter tornare indietro, vivi, per poterla considerare tale. È il ritorno, da una traversata sulla fune ad un'altezza vertiginosa, da un volo, da una cima, a completare l'impresa. Sfide subordinate al voler tornare, a quella nostalgia nel senso etimologico del termine (nòstos, il ritorno, álgos, il dolore) che testimoniano il desiderio di uscire dai nostri umani limiti e, insieme, il dover rendere conto alla nostra fisicità e al rispetto per il dono della vita.
Lionel Terray, fortissimo alpinista francese, aveva coniato un'espressione per sé e per tutti coloro che hanno provato, provano e proveranno a spostare dei limiti per poter tornare da territori sconosciuti prima: «Siamo conquistatori dell'inutile», diceva. Volete sapere dove era nato Terray? A Grenoble!
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