Arno Schmidt, il primo dei grandi dimenticati
venerdì 31 luglio 2020
Da settembre questa rubrica cambierà titolo e in parte argomento. Si chiamerà “I dimenticati” e ricorderà personaggi della cultura e della storia sociale per gran parte italiani di cui si è quasi persa memoria e che hanno molto meritato, e questo a me pare, in un Paese in cui tutti o quasi ormai scrivono e migliaia sono gli accademici e i giornalisti, spesso scandaloso. Si ha l'obbligo morale, credo, di ricordare i noti e gli ignoti che ci hanno preceduto e che hanno vissuto, fatto, scritto cose importanti, necessarie; si ha l'obbligo di trasmettere esempi e pensieri che possono ancora essere utili, per esempio alle (poche e in Italia di scarsa consistenza numerica) generazioni che abiteranno ancora, chissà per quanto tempo, il nostro meraviglioso e maltrattato pianeta. Ma con una messa in guardia che mi viene da uno dei più grandi e misconosciuto scrittori del Novecento, il tedesco Arno Schmidt (1914-1979). Uno scrittore che dir geniale è dir poco, anche se non facile, mai compiacente nei confronti dei lettori superficiali e modaioli. Lo scoprimmo in Italia grazie a quattro lunghi racconti pubblicati da Einaudi in una collana di scritture sperimentali che ebbe breve vita, partita col Bestiario di Cortazar e Alessandro o della verità di Schmidt, ma presto arenata tra i fiacchi avanguardisti del nostro '63, mentre un altro racconto lungo, forse il più bel testo della letteratura tedesca dell'immediato dopoguerra, uscì su un “Menabò” di Vittorini e Calvino dedicato appunto a quella letteratura. Lo ripubblicammo, il Leviatano, nelle edizioni di Linea d'ombra (tradotto eroicamente da Picco; poi ritradotto da Borso per Meltemi). Zandonai pubblicò poi Paesaggio lacustre con Pocahontas, il piccolo e coraggioso Lavieri Dalla vita di un fauno (satira feroce del mondo degli scienziati), Brand's haide e Specchi neri e infine Quodlibet I profughi, sui giorni dell'immediato dopoguerra in una Germania sbandata e miserabile, la stessa scena del Leviatano. Arno Schmidt è con Thomas Bernhard il più geniale scrittore di lingua tedesca del suo tempo, pur se in mezzo a tanti scrittori bravissimi ma meno radicali. Orbene, nel racconto Tina o dell'immortalità, che pubblicammo per Linea d'ombra grazie a M. T. Mandalari affiancandolo a Leviatano, si narra di un emissario dal mondo dei morti, tra le macerie della guerra, che deve convincere un giovane studioso a riscoprire un lontano minore da tempo dimenticato, perché i morti non amano l'immortalità, perché i morti ambiscono al silenzio e al sonno eterno, a venire dimenticati, e chi dunque li risveglia è per loro un nemico... È l'oblio, dice Schmidt il sogno dei morti. Tornare nel circuito della memoria serve solo a rinnovare sofferenza... Forse è sbagliato riportare alla memoria gli “ingiustamente dimenticati”? Per farlo è comunque indispensabile il massimo rispetto, non “dimenticando” l'avvertimento di un grande dimenticato come Arno Schmidt.
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