sabato 3 gennaio 2004
Primo produttore di riso, tabacco, frutta e ortaggi freschi; secondo per fiori, olio d'oliva, vino; terzo per lo zucchero, il frumento e le carni bovine. L'Italia agricola in Europa ha pochi concorrenti. Eppure il 2003 si è chiuso con i conti in rosso. Stando alle prime stime, basate sull'andamento dei consumi e dei prezzi, il valore aggiunto dovrebbe essere diminuito del 4%, le quantità prodotte dal 6 al 25%. E non è finita. L'euro forte avrebbe determinato - secondo stime Coldiretti - un aumento del 15% del deficit della bilancia commerciale per i prodotti agro-alimentari. Sarebbe il frutto - oltre che del cambiamento dei cambi - anche di un aumento del 5 per cento delle importazioni e di una flessione dell'1% circa delle esportazioni. Ma raddoppiate le importazioni di pomodori trasformati, e del 20% quelle di olio d'oliva, e del 10 quelle di latticini. Al di là dei numeri, però, cosa è stato il 2003 per l'agricoltura italiana ed europea? Prima di tutto, l'anno dei grandi avvenimenti internazionali. A marzo, a Kyoto, viene firmata da oltre cento Paesi una dichiarazione che sollecita il mondo a passare all'azione per risolvere i problemi dell'acqua. Ad aprile l'Ue sancisce definitivamente il suo allargamento a partire dal 2004: dieci grandi stati entreranno a far parte dell'Europa, una sfida non facile - specialmente dal punto di vista agricolo - che porrà però il vecchio continente in una dimensione nuova. A giugno, viene varata l'ultima riforma della politica agricola comune proprio per far fronte all'ingresso dei Paesi dell'Est che sull'agricoltura fondano ancora gran parte della loro economia. A settembre poi, il negoziato Wto sul commercio internazionale fallisce clamorosamente, proprio a causa dell'impossibilità di avvicinare le posizioni delle sue sponde dell'Atlantico sui temi agricoli. Poi ci sono i fatti di casa nostra, quelli che ci hanno toccato di più. Il 20 maggio scorso, la Corte di Giustizia europea emette per esempio la sentenza definitiva in difesa di due dei nostri gioielli: il prosciutto di Parma e il Grana Padano. Intanto, il colosso alimentare della Cirio si sbriciola. Nel dicembre scorso, infine, nel giro di pochi giorni, Parma viene elevata agli onori della cronaca come sede dell'Agenzia europea per la sicurezza alimentare e, subito dopo, si ritrova nel ciclone Parmalat. Dietro a tutto questo, 990.000 imprese agricole, un milione di occupati, 26.500 milioni di euro di valore aggiunto: il 4 per cento meno, come si è detto, del 2002. E il 2004? Qualcosa si può già dire. Sarà l'anno del vero allargamento europeo verso est, l'Italia dovrà risolvere davvero la questione delle quote-latte, ma anche quella della fiducia dei consumatori (le cui spese alimentari sono calate), ma soprattutto quella della fiducia dell'Europa in ciò che facciamo. Ci sarà più concorrenza, avremo ancora a che fare con gli Ogm, con comparti agricoli che galopperanno e altri che arrancheranno come potranno. Vedremo nascere una Italia agricola a due velocità? No, quella c'è già e forse è un bene. La parte che corre può, almeno per un certo tempo, trainare quella che non riesce a prendere il passo giusto. In attesa di una razionalizzazione della produzione e delle strategie di mercato che è iniziata ma non è ancora finita.
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