La memoria è sussulto. E aiuta a capire di più, sempre di più

Marco Bechis torna al tempo terribile della dittatura in Argentina, l’efferatezza di rapimenti, torture, uccisioni
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September 11, 2026
La memoria è un sussulto, il passato non passa, si riaffaccia più che mai urgente e nella sua necessità fa tornare sui ricordi, illumina traumi, risveglia paure, rimescola tutto quel che si riaccende per poi riscriverlo in modo diverso. In queste ultime giornate di Mostra del cinema, tra tanta caleidoscopica offerta di chiavi di lettura del mondo, un film italiano affronta la memoria, le sue traiettorie più carsiche e difficili. Più di venticinque anni dopo Garage Olimpo, Marco Bechis torna allo stesso tema di quel film, il tempo terribile della dittatura in Argentina, l’efferatezza di rapimenti, torture, uccisioni. Lo fa immaginando un ritorno, finzione parallela al suo tornare in altra forma a stessa vicenda non solo dei film, anche della sua vita. Il suo racconto è cronaca di un sussulto di memoria che nel mentre avviene scandaglia il tema stesso della memoria. Bechis è un narratore (molto bello anche il suo libro La solitudine del sovversivo uscito qualche anno fa), capace di usare la macchina da presa come fosse una penna. Sa emozionare lo spettatore, o turbarlo e angosciarlo o dargli sollievo, grazie a riprese mai scontate, né mai ancorate al solo rigore formale ed estetico. Narrazioni vive le sue, anche quando si addentrano nei meandri più scuri del male che l’uomo può infliggere ad altri. Il sussulto di memoria muove il protagonista (bravissimo Adriano Giannini) a tornare in Argentina per testimoniare al processo ai suoi aguzzini. Costretto dalla congiuntura del tempo a dover rivisitare angosciosi ricordi, l’uomo resiste, trema, soffre, il passato pare piegarlo, poi invece la vita e il presente medicano, aiutano per vie oblique e traverse a risorgere, rinascere. A mettere un punto a una storia che sembrava non potersi concludere mai. Conta, nella traiettoria pregressa al sussulto, che ci sia stata una pausa. Quei trent’anni trascorsi per il protagonista dal tempo di reclusione e sevizie e torture hanno scavato un solco che è sì trauma, ma anche embrione di nuove consapevolezze.  Per il regista che torna a medesimi scenari più di vent’anni dopo non è diverso: il tempo ha scavato solchi nuovi. Ma diversamente dal suo libro e da altri suoi film (Garage Olimpo, Hijos), qui Bechis ha dalla sua una forza supplementare, quella della distanza temporale. La memoria è sussulto, ma la memoria, anche, è tempo che passa e aiuta a capire di più, sempre di più. Anni e anni per ripensare, e trovare una misura non autobiografica che vibra di più ancora di quanto possa fare il racconto di sé.  
Potenza della pausa, che lascia tempo al tempo, così che i grovigli più ardui trovino come sciogliersi, dirsi. Anche guardare film dice di questo. Con il passare dei giorni, le impressioni si sedimentano. La fine della Mostra83 si avvicina, alla vigilia della premiazione, incontrandosi in giro tra una proiezione e l’altra oltre a commentare e scambiare le rispettive impressioni sui film, incomincia il “gioco” delle previsioni. A me per esempio continua a “sussultare” Possible Love di Lee Chang-Dong  Proprio come succede con un romanzo che si è amato molto, i personaggi di quel film continuano ad accompagnarmi, interpellarmi. Chissà come andrà. Quel che conta è il sussulto.

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