Raccontare gli spazi attraverso le fenditure

Alla Mostra del Cinema di Venezia il dialogo tra la realtà e la sua reinvenzione di celluloide prosegue, febbrile e fecondo
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September 8, 2026
Diversi film raccontano e ripensano gli spazi. A un Wim Wenders non visibile, ma del quale è facile immaginare l’affilata qualità di suggestione, l’architetto Peter Zumthor nel documentario (fuori Concorso) a lui dedicato, racconta la necessità di pensare gli spazi come volumi, a prescindere da mura e altri contenitori successivi.  Con rigore ma anche massima libertà, le case di Zumthor sono pensate come luoghi di realizzazione di sé; non come rifugi o trincee di difesa dalle minacce del mondo. Accade invece in The Echo Chamber di Andrea Pallaoro (in Concorso), dove una casa dai soffitti altissimi è claustrofobico, ininterrotto scenario di una vicenda senza respiro, porte antiche e finestroni affacciati su una invisibile Londra (Roma, in realtà, e chissà se Bertolucci autore del soggetto, proprio come in Ultimo tango a Parigi non avrebbe girato una scena, una almeno all’aperto, a spezzare il ritmo e dare maggior forza al senso di tutto quello stare al chiuso). Si desidererebbe aria, una qualche soluzione non solo distruttiva per una vicenda drammatica, ma niente, quelle pareti alte e quei finestroni non ci lasciano, le porte antiche continuano a venire aperte e richiuse e il mondo, quello rutilante e sempre cangiante, quello anche con gli Altri, manca, non trova fenditure per entrare.
Da una fenditura prende avvio la vicenda di Bunker di  Florian Zeller (in Concorso, con un plot assolutamente ben pensato come la passata attività di drammaturgo teatrale del regista lasciava sperare). A Londra (vera Londra, qui) il vicino di casa di un prestigioso architetto, per avere un po’ di luce nel suo monolocale apre un illegale buco sul muro divisorio. L’evento è causa scatenante di una metamorfosi profonda nella vita dell’archistar e della moglie funzionario editoriale (Javier Bardem e Penélope Cruz, coppia affiatata in modo superlativo anche sullo schermo). Quel buco nel muro sarà ponte di dialogo, o invece indebito sopruso e implicita minaccia? Per prima cosa, la fenditura fa da  impossibile ponte di raccordo per un divario sociale restituito in tutta la sua crudele ampiezza. Da quel muro bucato col piccone in avanti tutto è crisi, pericolo, paura. Sottotraccia la riflessione verte sul senso degli spazi: allo stesso Bardem infuriato e pronto a dar battaglia legale al vicino viene proposto un megaprogetto di realizzazione di un bunker voluto da un committente miliardario. E la domanda posta dal film di Zeller si staglia chiara quanto cruciale. Gli spazi, siano case, luoghi di lavoro o di condivisione possono ancora contenere un nostro armonioso stare al mondo, un abitare in positiva osmosi con quanto accade fuori un po’ come Peter Zumthor illustra a Wim Wenders? O invece il futuro è fatto di bunker, di terrore dell’aperto, di luoghi protetti dove appassire, noi memori (chissà quanto consapevolmente) dell’esperienza pandemica e chissà quanto consapevolmente troppo spaventati? I begli spazi della Mostra del Cinema acquietano, rispondono armoniosi all’urgenza di interrogativi del genere. Qui buchi nel muro non servono, il dialogo tra la realtà e la sua reinvenzione di celluloide prosegue, febbrile e  fecondo.

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