"Naza", uno squarcio di buio
Il rigore formale del film incornicia con sobrietà una tragedia che grazie a quel rigore si conficca di più nel cuore
Un lungo appaluso è seguito oggi alla proiezione di Naza, film in Concorso degli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, già coautori del documentario No Other Land (vincitore dell’Oscar lo scorso anno). “Naza” è termine per designare i civili palestinesi che dal 7 ottobre 2023 muoiono durante i bombardamenti su Gaza inflitti da parte delle Idf israeliane. Quelle migliaia di inermi vittime che sotto gli occhi del mondo continuano a venire uccise senza altra ragione che l’essere e vivere lì, dentro Gaza. Nel film, dei soldati israeliani forniscono particolari di azioni continue, capillari, criminali e aberranti verso quella popolazione. Uno alla volta, vanno sulla stessa terrazza alta, affacciata su Tel Aviv, e raccontano e si raccontano al regista Yuval Abraham. Tutt’intorno la notte avvolge la vita sedicente normale; sotto l’alta terrazza dove hanno luogo le interviste, una spianata di luci, reticoli di vie, ingorghi di macchine. Sessanta chilometri più in là, sulla stessa costa c’è Gaza: massacro quotidiano che non vede fine, scandalo dell’umanità. Qui invece lo skyline notturno di Tel Aviv è vivace, nonostante il buio dove sta posizionata la telecamera vinca. Vince perché inghiotte tutto. Si intravede nel buio il regista Yuval Abraham mentre ascolta, assorbe, replica a monosillabi. “Sapevi di stare uccidendo dei bambini?” chiede a un soldato. “Sì”. “Hai idea di quanti ne hai uccisi?” “Molte decine”. Nel buio cadono le parole di quegli scambi, e la loro eco rimbomba, si propaga. Tutto di questa narrazione feroce è magistrale perché scabro. Il rigore formale del film incornicia con sobrietà una tragedia che grazie a quel rigore si conficca di più nel cuore. Dare misura alla dismisura è esaltarla. Dare un quadro all’orrore è denunciarne tutta la portata. I soldati che parlano sono stati parte di un sistema strutturato e onnipervasivo, l’intelligence israeliana. Loro stessi ne ricostruiscono la genesi. Immagini di repertorio (tratte dall’Archivio Spielberg) mostrano come nel 1948 Israele già in principio privò i palestinesi di infrastrutture autonome. Tutto dall’inizio fu pensato per esercitare un controllo che è stato antefatto di sopraffazione. Nessuno di quei soldati si vede mai, restano avvolti dal buio. Date le loro confessioni, vanno mimetizzati e protetti, certo; ma conta anche che quel buio sia protagonista esso stesso. Se Naza colpisce così tanto è anche per la scelta filmica del suo buio. La notte dei tempi. Ci sono finestre illuminate delle case degli altri, di cittadini israeliani con i loro schermi al plasma che diffondono telegiornali parziali e insidiose dichiarazioni di Netanyahu. In un bianco e nero meno buio, giusto qualche immagine di repertorio e, negli ultimi momenti del film, poche strazianti immagini di Gaza, dei suoi morti. Un film necessario, potente, che irrompe sul finire della Mostra83 gettando uno squarcio di buio che mai così bene sembra di avere guardato, e pianto.
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