A Venezia ha vinto l’attenzione al mondo: ha vinto l’impegno

Pochi sono stati i riconoscimenti a film non attinenti a temi reali e connessi all’attualità. Il timore che la Mostra del cinema possa risultare salottiera”
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September 14, 2026
Ha vinto l’attenzione al mondo, ha vinto l’impegno. La questione di genere anzitutto: in direzione opposta ai presupposti di un unico film in Concorso con regia femminile, la doppia vittoria di Woman Unkown di Mayy al-Tukhl (Leone d’Oro) e della sua protagonista femminile Mathilde Arcel (Coppa Volpi) ha scalzato ogni polemica. Una “rivincita”(così da più parti definita) rimarcata da altri premi. Quello sezione Orizzonti per la regìa dato a A day in the ife of Jo: Chapter Phaedra della giovane greca Jacqueline Lentzou, che nel rievocare il tragico, immotivato assassinio di un quindicenne da parte della polizia lo riscrive al femminile. Miglior film (ancora Orizzonti) al belga Un détour par Diane, con al centro la scoperta da parte di una figlia della violenza sessuale subìta dalla madre. La storia delle donne e della inammissibile, costante vulnerabilità dello stare al mondo dei loro corpi è stato insomma filo rosso decisivo, e in stesso modo centrale nelle scelte della giuria. Subito dopo, temi urgenti dell’oggi: il lavoro, che nel film Possible Love, meritatissimo Leone d’argento, viene narrato nella sua crisi profonda, al limite della sparizione, e in Un bon petit soldat di Stéphane Brizé (Leone alla miglior sceneggiatura) sviscerato nella sua componente meno umana e più alienante. Subito dopo, l’attenzione a disagio sociale e a vulnerabilità: A place to heal di Cédric Kahn girato in un reparto di psichiatria per adolescenti, I figli della scimmia, solo italiano premiato ancora nella sezione Orizzonti, che affronta il tema di genitorialità e disabilità. E ancora, la geopolitica: il premio assegnato a Dau, dal regista Khrzshanovsky dedicato al popolo ucraino e alla sua vittoria, e miglior film, il potentissimo Naza dei due registi israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor, che in tanti ci si attendeva come vincitore del Leone d’Oro.
L’impegno: pluripremiato secondo un equilibrio che la giuria si intuisce abbia voluto mantenere senza indugi, grazie a scelte di pregio ma dalla coloratura un po’ troppo univoca. Il valore civile, sociale, storico e (geo)politico della Mostra del Cinema certo è centrale. Lo stesso Presidente della Biennale, nel discorso conclusivo ha voluto menzionare un contenuto social il cui testo paventava il rischio che le giornate del Lido fossero “un salotto elegante mentre fuori la Storia va avanti”. Rischio senza dubbio fugato, persino quasi troppo. A parte la Coppa Volpi alla (superlativa) performance d’attore di John Malkovich in Wild Horse Nine di Martin McDonagh, pochi sono stati i riconoscimenti a film non attinenti a temi reali e connessi all’attualità. Il timore che la Mostra del cinema possa risultare “salottiera” in una congiuntura storica drammatica come l’attuale, è comprensibile: e d’altra parte, il cinema da sempre e per sempre deve saper intervenire sul reale con forme che siano riscritture, trasposizioni, scarti narrativi dalla realtà. È un principio critico ed estetico che non va perso di vista. Nel mosaico di azzeccati premi di questa ottantatreesima edizione, qualcuno assegnato anche a prove che esulano dall’impegno avrebbe rafforzato l’equilibrio interno delle decisioni; e relativizzandone l’impronta, avrebbe per paradosso avvalorato l’identità della giuria.

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