Carl Weizsäcker sa come reggere il peso di ciò che non conosciamo
Il suo cristianesimo nasce qui. Non da una risposta, ma da una domanda insopportabile: possiamo permetterci di sapere tutto quello che sappiamo?

Carl Friedrich von Weizsäcker nasce nel 1912 e muore nel 2007. Fisico teorico, filosofo della scienza, pensatore cristiano. Ma questa etichetta non basta. Perché Weizsäcker non è solo qualcuno che ha pensato il Novecento. È qualcuno che ne ha portato il peso. Figlio di un diplomatico, cresciuto in un’Europa colta e colpevole, entra giovanissimo nel cuore della fisica teorica. Lavora accanto a Werner Heisenberg, nel punto più alto e più pericoloso del sapere scientifico del tempo. È lì quando la fisica quantistica smette di essere una rivoluzione concettuale e diventa potenza materiale. Energia. Arma. Possibilità di annientamento. Weizsäcker sa. Sa come funziona il nucleo dell’atomo. Sa cosa significa liberarne l’energia. Sa anche, molto presto, che quella conoscenza non è neutrale. Questo è il primo punto fondamentale per capire perché è importante oggi. Weizsäcker non è uno scienziato che arriva dopo, a commentare. È uno che c’era prima, durante, dentro. E poi succede Hiroshima. Nagasaki. Il mondo che cambia stato. Per molti scienziati quella è una ferita che si cerca di rimuovere. Si separano i piani: “noi abbiamo scoperto, altri hanno deciso”. La fisica da una parte, la politica dall’altra. Il sapere salvo, la responsabilità delegata.
Weizsäcker no. In lui accade qualcosa di diverso. Accade lentamente, senza proclami, ma in modo irreversibile. Capisce che conoscere non basta. Che sapere come funziona il mondo non risponde alla domanda più grave: che cosa stiamo autorizzando il mondo a diventare. È qui che nasce la sua spiritualità. Non come rifugio. Non come consolazione. Ma come necessità morale. Weizsäcker comincia a parlare di colpa. Una parola che la scienza evita, perché non è misurabile. Ma lui la prende sul serio. Capisce che la colpa non è solo individuale. È strutturale. È il risultato di un sapere che cresce più velocemente della coscienza che dovrebbe sostenerlo.
E allora la fisica, da sola, non basta più. Serve un altro linguaggio. Serve un orizzonte. Il suo cristianesimo nasce qui. Non da una risposta, ma da una domanda insopportabile: possiamo permetterci di sapere tutto quello che sappiamo?
Per lui Dio non è una spiegazione del mondo. È una chiamata alla responsabilità. È il nome che dà al limite che chiede di non essere oltrepassato senza domande. Questa è la cosa che, nella mia ricerca, mi ha colpito più di tutte. Weizsäcker non separa mai il laboratorio dall’anima. Non dice mai: “io faccio scienza, qualcun altro penserà al senso”. No. Dice: proprio perché so, devo rispondere. Proprio perché capisco, non posso far finta di niente. In lui vedo una spiritualità profondamente umana, ferita, adulta. Una spiritualità che non promette salvezza facile, ma chiede vigilanza. Che non elimina il dolore, ma lo assume come luogo di pensiero. Weizsäcker non smette mai di interrogarsi sul futuro dell’umanità, sul disarmo nucleare, sulla pace. Non come slogan, ma come dovere epistemologico: se sai, devi prenderti cura delle conseguenze del tuo sapere. E allora capisco perché, ancora oggi, mi torna addosso. Perché viviamo in un tempo che sa tutto. Calcola tutto. Prevede tutto. Ma spesso non si ferma più a chiedersi se. Sappiamo fare. Ma non sempre sappiamo rispondere. Weizsäcker ci mette davanti a questa frattura. Ci dice che la vera maturità non è accumulare conoscenza, ma reggere il peso di ciò che conosciamo. Che la scienza, senza un’etica profonda, rischia di diventare una macchina perfetta senza direzione.
Per lui Dio non è una spiegazione del mondo. È una chiamata alla responsabilità. È il nome che dà al limite che chiede di non essere oltrepassato senza domande. Questa è la cosa che, nella mia ricerca, mi ha colpito più di tutte. Weizsäcker non separa mai il laboratorio dall’anima. Non dice mai: “io faccio scienza, qualcun altro penserà al senso”. No. Dice: proprio perché so, devo rispondere. Proprio perché capisco, non posso far finta di niente. In lui vedo una spiritualità profondamente umana, ferita, adulta. Una spiritualità che non promette salvezza facile, ma chiede vigilanza. Che non elimina il dolore, ma lo assume come luogo di pensiero. Weizsäcker non smette mai di interrogarsi sul futuro dell’umanità, sul disarmo nucleare, sulla pace. Non come slogan, ma come dovere epistemologico: se sai, devi prenderti cura delle conseguenze del tuo sapere. E allora capisco perché, ancora oggi, mi torna addosso. Perché viviamo in un tempo che sa tutto. Calcola tutto. Prevede tutto. Ma spesso non si ferma più a chiedersi se. Sappiamo fare. Ma non sempre sappiamo rispondere. Weizsäcker ci mette davanti a questa frattura. Ci dice che la vera maturità non è accumulare conoscenza, ma reggere il peso di ciò che conosciamo. Che la scienza, senza un’etica profonda, rischia di diventare una macchina perfetta senza direzione.
Ed è qui che voglio lasciarvi con alcune domande. Semplici. Dirette. Senza tecnicismi.
C’è qualcosa che sapete fare molto bene, ma che non vi siete mai chiesti se fosse giusto fare? C’è una conoscenza che possedete e che vi mette a disagio, perché vi chiede una responsabilità più grande? Vi è mai capitato di capire qualcosa e sentire, nello stesso istante, che capire non bastava più?
Scrivetemi. Davvero. Mandate tutte le vostre risposte per e-mail a interferenze@avvenire.it.
State sicuri che leggerò tutto quello che mi mandate
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