Il «non aver
paura» di Dio
una carezza
sulle paure

XXII Domenica del Tempo ordinario – Anno A
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June 20, 2026
In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «Non abbiate paura degli uomini, poiché nulla vi è di nascosto che non sarà svelato né di segreto che non sarà conosciuto. Quello che io vi dico nelle tenebre voi ditelo nella luce, e quello che ascoltate all’orecchio voi annunciatelo dalle terrazze. E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura: voi valete più di molti passeri!».
Basta un passero che se ne sta nascosto tra i rami a far cantare tutto un albero; forse per questo la sua vita, fatta di piume, agli occhi di Dio diventa preziosa. Ogni passero è guardato, custodito da occhi vigili, affinché non cada e possa continuare a cantare. E se un passerotto, così modesto e insignificante diventa oggetto di tanta premura, a maggior ragione la mia vita è in buone mani se vegliata da occhi così attenti. «Non aver paura», mi dice e me lo ripete oggi Gesù, «non aver paura». è come una carezza sulle mie paure di non valere mai abbastanza, del giudizio degli altri, di perdere ciò che ho costruito; sul terrore di essere invisibile e dimenticato, di non essere all’altezza di questo mondo così competitivo, che chiede perfezione e misura le mie prestazioni, che mi costringe a indossare la maschera della presentabilità. Il Suo sguardo su di me dilata l’orizzonte, me lo allarga e rende penetrabile; sventola una luce che soffia speranza, curiosità, e il coraggio dell’invisibile. Mi suggerisce oggi Gesù di portare tutto alla luce del sole, come quando si apre una finestra tenuta chiusa troppo a lungo, come quando si esce da un tunnel. Dare aria, fiducia, speranza e coraggio al mio bisogno d’amore, alle mie ferite. Fede non è diventare invincibile, ma sapere che qualcuno mi custodisce anche quando tremo e sembro un passerotto impaurito, col cuore che batte a mille. Non si scandalizza Lui della mia fragilità, non mi chiede di essere perfetto, ma vero, autentico, trasparente alla luce. Lui si avvicina alle mie ferite senza spaventarle e mi invita a rannicchiarmi tra le Sue mani, come un nido. Non mi promette che andrà tutto bene, che non soffrirò mai più, che non morirò; mi dice solo «Non aver paura, perché sei custodito» e lo dice guardandomi negli occhi, come fa una madre per leggere sul volto di chi ama una tristezza nuova, sconosciuta. E se perdo un capello, un singolo capello, anche quello importa al Dio dei dettagli, al Dio che non perde nulla, che tutto recupera e ricicla, al Dio che opera una rivoluzione dello sguardo, dove non conta il successo, ma una piccola fiducia, sottile come un capello. Gli basta quella.
(Letture: Geremia 20,10-13; Salmo 68; Lettera ai Romani ,5,12-15; Matteo 10,26-33)

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