Greccio, il presepe senza Bambino

A Greccio Francesco non mette in scena il Natale: ne restituisce la povertà, mostrando un Dio vicino e accessibile.
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August 1, 2026
San Francesco arriva a Greccio nella notte di Natale del 1223. Non chiede attori, non vuole Maria e Giuseppe, non domanda neppure che venga rappresentato il Bambino. Chiede soltanto del fieno, una greppia, un bue e un asino vivi. Poi parla. E parla con una forza tale che qualcuno, tra la folla, crede di vedere un bambino che in realtà non c’è. Greccio, raccontano le fonti, diventa una nuova Betlemme.
È da questa scena, familiare eppure sorprendente, che prende avvio la terza puntata di Non è Francesco. Il viaggio prosegue dentro uno degli episodi più celebri e più fraintesi della vita francescana: l’invenzione del presepe.
Quello di Greccio non è ancora il presepe che conosciamo. Non è un teatro popolato di personaggi, statuine, pastori e luci. Francesco sceglie, al contrario, la sottrazione. Elimina ciò che potrebbe trasformare la nascita di Cristo in una rappresentazione rassicurante e conserva soltanto gli elementi più ruvidi: la mangiatoia, il fieno, gli animali, il freddo della notte. Non vuole mettere in scena il Natale. Vuole farne percepire fisicamente la povertà, il disagio, lo scandalo.
Anche il bue e l’asino non sono semplici comparse. Non compaiono nei Vangeli canonici, ma appartengono a una lunga tradizione apocrifa e patristica. Nel Medioevo ogni dettaglio iconografico può custodire una teologia: gli animali diventano figure di popoli differenti, di chi è dentro e di chi resta fuori; il fieno può richiamare il pane eucaristico. Greccio non parla soltanto della nascita di Gesù, ma della possibilità che ogni uomo venga raggiunto, accolto e riconciliato.
Il centro dell’episodio, tuttavia, non è un prodigio spettacolare. È la predicazione di Francesco. Tommaso da Celano scrive che il Bambino Gesù era stato dimenticato nel cuore degli uomini e che, quella notte, sembrò risvegliarsi. Il miracolo consiste nel ritorno del Vangelo alla vita, nella capacità di scuotere una fede ormai abitudinaria. Greccio è insieme una festa e un atto d’accusa.
Con Franco Cardini proviamo a leggere quel gesto anche alla luce del viaggio di Francesco in Oriente. Dopo aver attraversato il fronte della quinta crociata, il santo ricrea la Terra Santa in un piccolo paese dell’Italia centrale. È forse una critica affidata ai fatti più che alle parole: la terra di Cristo non è una proprietà da conquistare con le armi, ma un luogo da ricostruire ovunque attraverso il Vangelo, la povertà e la pace.
In un tempo in cui molti rischiano di sentirsi esclusi perfino dall’esperienza della fede, Greccio mostra, come sottolinea suor Veronica Donatello, un Dio vicino, accessibile e umano. L’amore, quando è autentico, diventa concreto, prende carne. Francesco vuole vedere e far vedere ciò che è accaduto nella notte di Betlemme.
Nei secoli, però, la memoria di Greccio cambia. Nell’affresco della Basilica Superiore di Assisi il pulpito resta vuoto, la predica scompare, la chiesa diventa ricca e monumentale. Entra in scena perfino un Bambino di terracotta, mentre il bue e l’asino si riducono a elementi decorativi. Il gesto originario, ruvido e dissonante, viene ricondotto dentro una liturgia ordinata.
Tra il Greccio raccontato dalle fonti e quello consegnato alle immagini si apre così la domanda che attraversa tutto Non è Francesco: non soltanto che cosa abbia fatto davvero Francesco, ma quale Francesco abbiamo scelto, nei secoli, di ricordare.

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