Francia, Italia, Costituzione: quando la lingua è la stessa

Dal congresso di Poitiers emerge una riflessione condivisa sulle istituzioni, sui limiti del potere e sul ruolo delle garanzie democratiche contro derive autoritarie
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June 19, 2026
Francia, Italia, Costituzione: quando la lingua è la stessa
Una veduta di Poitiers/WEB - Luca Aless - Wikimedia Commons
Stavolta la nostra rubrica va all’estero, e in particolare a Poitiers, nel cuore della Francia profonda, dove la scorsa settimana si è svolto il congresso dell’Associazione francese di diritto costituzionale. Non mi sono pentito di avere accettato il gradito invito dei colleghi d’Oltralpe. Siamo infatti davvero sulla stessa barca, navighiamo contro le stesse correnti e auspichiamo i medesimi venti, che siano capaci di scuotere le derive illiberali, travestite con maschere identitarie ma, in realtà, funzionali soltanto ai nuovi potenti globali e alle loro strategie economiche, finanziarie e produttive. Lo siamo come costituzionalisti e, ancor prima, come cittadini.
Sino a qualche decennio fa, l’assise triennale francese registrava un consenso forte e convinto sulle istituzioni della Va Repubblica, mentre le voci preoccupate o dissenzienti erano nettamente minoritarie. Oggi che quella forma di governo, tecnicamente squilibrata (in quanto concentrata su un solo centro di potere, quello dell’Eliseo: l’espressione risale all’ultimo Lepoldo Elia), si dimostra in concreto incapace di puntellare una geografia politica frammentata e polarizzata sugli estremi, l’ottica dei costituzionalisti francesi si è come sprovincializzata. Ciò consente loro – e nel congresso vi sono state plurime conferme in tal senso – di descrivere un quadro, non dissimile da quello italiano, caratterizzato da quotidiane tensioni tra settori della politica e magistratura, soprattutto costituzionale e penale, e dalla sovrapposizione continua tra la (fisiologica) critica pubblica nei confronti delle decisioni giurisdizionali e la (patologica) negazione della loro legittimazione democratica. Addirittura, con la ripresa di una categoria tecnicamente inservibile, ma per contro sovraccarica di ideologismi, come il cosiddetto “governo dei giudici”…
Ho potuto constatare a Poitiers più generazioni di studiosi, anche e soprattutto giovani, convinti che lo scienziato del diritto costituzionale debba aiutare tutti i cittadini a meglio comprendere che lo Stato costituzionale di diritto non è lo scudo dei privilegiati, ma la garanzia dei più deboli e delle persone comuni nei confronti del potere politico ed economico dei global players e dei loro ventriloqui politico-partitici. Confortante è stato altresì sentire risuonare in terra di Francia affermazioni e ragionamenti che, con altri costituzionalisti italiani, da anni esprimiamo. Due esempi.
Il primo, per cui in una democrazia costituzionale nessuno ha l’ultima parola, ma le decisioni pubbliche sono la risultante di una relazione circolare tra organi di indirizzo politico e organi di garanzia, retta dal principio della collaborazione leale. Ebbi modo di sostenere tale assunto nella relazione introduttiva al congresso del giugno 2023 a Tolone e sono stato lieto di vederlo ripreso a Poitiers. Il secondo, per cui le regole elettorali devono facilitare la politica e i gruppi parlamentari a dialogare e ad intendersi, a costruire coalizioni di programma e non meramente di potere.
Ecco, forse quest’ultima lezione francese ha qualche cosa da dirci in questi mesi di dibattito italiano su una nuova legge elettorale, propagandata come la soluzione contro il rischio di un ipotetico “pareggio” alle prossime elezioni, al fine di riaffermare il pericoloso paradigma del vincitore e dello sconfitto: un paradigma che rischia, e qui non si tratta di un’ipotesi, di portare verso il baratro l’umanità tutta.

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