Figlio di un uomo felice
di Gioele Dix
Telemaco cerca il padre Odisseo per ritrovare sé stesso, scoprendo che insieme all’amore si ereditano anche le ferite
Tempo fa, ispirandomi all’Odissea, ho scritto uno spettacolo sulla figura paterna, divenuto occasione per interrogarmi sulla mia condizione di figlio. All’inizio del poema, Telemaco salpa da Itaca e si mette sulle tracce del padre, partito per la guerra quando lui era in fasce. Odisseo è l’unico combattente che, seppur “scampato all’abisso di morte”, non ha ancora fatto ritorno.
Cosa glielo impedisca non si sa. Stanchezza forse, o piuttosto quel senso di vuoto che attanaglia i reduci. Omero narra che l’eroe è prigioniero della dea Calipso, ma nulla esclude che a trattenerlo sia una sottile, oscura paura di ricominciare. La pace ha un prezzo altissimo per gli indomabili. Anche mio padre, pur dissimulando, si è portato dentro le ferite dei tempi bui dell’esilio. Telemaco cerca dunque Odisseo per trovare sé stesso. È cresciuto senza la sua guida, eppure tutti gli dicono che è il suo ritratto.
“Vorrei essere figlio di un uomo felice” dice intuendo che i dolori del padre saranno parte inevitabile della sua eredità. Confermo per averlo vissuto sulla mia pelle. E quando finalmente i due si incontrano, commossi piangono senza sosta. Il ben noto pianto greco. Con mio padre non avremmo corso questo rischio, austero com’era. Giusto due lacrimucce, a stento. Però ci volevamo bene lo stesso.
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