Arrivederci
di Gioele Dix
Un saluto può essere gioioso, struggente o involontariamente comico: dagli applausi a teatro ai bambini che non comprendono il tempo, fino alla memorabile gaffe di un nonno in stazione
Qual è il miglior modo per salutarsi? A teatro il commiato avviene in modo assai gratificante, fra gli applausi. Il pubblico batte le mani anche quando non sono meritati, in una combinazione di generosità e sollievo. Attrici e attori sanno distinguere, ma si inchinano comunque, prima schierati, poi singolarmente.
I solisti e i monologanti mettono la mano sul cuore, oppure tengono i palmi all’altezza del petto come se pregassero di continuare all’infinito. Da spettatore mi emoziono sempre, è il momento del groppo in gola, difficile da spiegare. L’unico saluto capace di commuovermi ancora di più è quello dei bambini prima di una partenza. Gioioso e al tempo stesso straziante. Manca loro l’esatta cognizione del tempo, dunque è impossibile consolarli. “Quando torni?” ti chiedono, ma nessuna tua risposta li rassicura.
Ne hai conferma nel malaugurato caso in cui ti tocchi tornare indietro perché hai dimenticato un documento o un mazzo di chiavi: si illuminano e ti fanno festa come se la tua assenza fosse già finita. Tuttavia, nulla nel mio ricordo rimarrà impresso quanto l’affettuosa gaffe di mio nonno in stazione. La nonna andava in visita dalle amate nipoti. Quando il treno si mosse, lui le gridò: “Stai più che puoi!” Sapeva quanto ci tenesse. Ma lei non gliel’ha mai perdonato.
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