Passato nazionale
Il Risorgimento visto dalla parte dei vinti, tra letteratura e identità nazionale
Si sente dire che ci sia un futuro nazionale: quello di una destra «vera, orgogliosa, convinta, entusiasta, pura, contagiosa». E sia. Ma ce n’è un’altra, molto più antica, che fu neoborbonica, e non certo meno seria della prima. È nata in Molise (Francesco Jovine, che votò pure comunista) e in Lucania (Carlo Alianello), maturata ‒ nel caso di quest’ultimo ‒ nella nostalgia per i briganti che combatterono i sabaudi dopo l’Unità d’Italia, quelli come l’efferato Ninco Nanco, il luogotenente di Crocco noto per come si compiaceva di strappare il cuore dal petto dei bersaglieri suoi prigionieri.
Letteratura, ovviamente: che per Sciascia era la massima forma che la verità potesse assumere. Per chi volesse rileggere un capolavoro dell’Antirisorgimento non ha che da riprendere in mano L’Alfiere scritto, appunto, da Alianello. Vi troverà una ricostruzione dei fatti del 1860-61 ricostruiti attraverso gli occhi dei vinti, come l’alfiere Pino Lancia, che si ostinò per un antico patto d’onore a servire il suo Re. Libro bellissimo, da affiancare a quelli dei grandi siciliani: Verga, De Roberto, Pirandello, Brancati, Sciascia e Consolo. Il futuro nazionale, insomma, era già chiarissimo per uno dei personaggi dei Viceré (1894): «L’Italia è fatta, ora facciamo gli affari nostri».
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